11/01/18

Belli e il freddo

Nella Roma del Poeta Belli d'inverno si pativa il freddo.
In passato la situazione era addirittura più grave, in quanto almeno fino al 1368 nella città dei papi ci sono testimonianze che raccontano che non si trovavano camini nella maggior parte delle abitazioni. 
Allo stesso Giuseppe Gioachino Belli viene attribuita fama di freddoloso..ma chi in quelle epoche poteva non esserlo?
E così via con mantelli, ferraioli o tabarri che dir si voglia...

Il camino
I camini rappresentavano comunque un vero e proprio oggetto di lusso dai costi non certo indifferenti. E tali rimasero per le casupole abitate dal popolino.
Per le dimore signorili il caso era diverso..ma comunque il freddo si faceva sentire ovunque
Anche la presenza del camino spesso non bastava a riscaldare le grandi dimore come ad esempio il grande appartamento a palazzo Poli, dove Belli visse dopo il suo matrimonio con la contessa Maria Pichi. Il palazzo è lo stesso dove da un lato fu costruita la facciata monumentale di fontana di Trevi. 

Scaldini, scaldaletto e bracieri
Oltre al bel sonetto intitolato L'inverno, dove il Poeta mostra tutta la sua avversione per questa stagione, segue un altro sonetto dedicato agli strumenti allora a disposizione per contrastare il freddo come l'economico scaldino
Oggetto diffussissimo, in varie forme e materiali, aiutava a scaldarsi, anche per  salvarsi dai maledetti geloni... 
Così c'era lo scaldino portatite, che serviva soprattutto a riscaldare le mani o altre parti del corpo,  e quelli per scaldare il letto, che poteva essere veramente ghiacciato, anche a causa dell'umidità che a Roma, anche a causa del Tevere, non mancava mai.  A Roma il tipo fisso, a differenza dello scaldaletto che si passava fra le lenzuola prima di coricarsi, aveva l'ambiguo nome di prete (in altre regioni monaca..). E poi si utilizzavano i bracieri, ancora oggi in  uso in alcuni zone arretrate, per riscaldarsi.  
Il sistema utilizzato prevedeva di riempire di legna un braciere o contenitore, che inizialmente doveva essere messo all'aperto a causa del fumo, quindi si aspettava che la legna bruciando si trasformasse in brace e allora via a riempire scaldini e scaldaletti... mentre il braciere rientrava in casa per riscaldare stanze e persone sedute intorno. 
Soprattutto il popolo, che per i mestieri che faceva viveva quasi sempre all'aria aperta, pativa il freddo sia nelle casupole in cui mancava il riscaldamento, sia per strada e davanti alle botteghe aperte, o ai banchi del mercato
E così per riscaldarsi aveva la pericolosa abitudine di far ardere il fuoco in mezzo alle case, in terra, o dentro a cassoni ripieni di terra. Per tal motivo le strade, soprattutto quelle secondarie, dovevano spesso essere piene di fumo, che non potendo sprigionarsi di sopra ai tetti, danneggiava l'aria e i prospetti delle case, contribuendo a dare alla città quella tinta scura apprezzata da romani e forestieri, definita severa. 
In uso fino a '900 inoltrato, come braciere si utilizzavano anche economici contenitori di alluminio dove mettere la legna da ardere e..sembrava così di stare davanti a un caldo camino (vedi foto all'inizio di E. Gentilini).

I sonetti
Il primo sonetto è dedicato  all'inverno, che Belli definisce senza mezzi termini una stagione "porca". belli utilizza qui il termine giannetta per indicare  Il vento freddo e pungente di tramontana
Interessante notare che anche in quel tempo la fontana del Tritone, come in questi giorni freddi, si ghiacciava... 
Il secondo è dedicato allo scaldino negli ultimi versi contiene un riferimento ad un episodio biblico,  mentre il terzo al prete, nel senso di scaldaletto 
A proposito del sonetto sul prete, qui la satira si fa feroce contro il vecchio prete, che nonostante l'età, giocando sul doppiosenso fa una proposta oscena alla donna, che grazie alla prontezza tipica delle donne romane risponde per le rime....

868. L’inverno 
Sí, ppe vvoantri 1 è un’invernata bella 
ma ppe mmé ’na gran porca de staggione. 
Io so cche co sto freddo bbuggiarone 
nun me pòzzo 2 fermà lla tremarella. 3 
Fischia scerta ggiannetta 4 ch’er carbone 
se strugge come fussi carbonella. 5 
E annate a vvede 6 un po’ cche bbagattella 
de zazzera c’ha mmesso Tiritone. 7 
Sempre hai la goccia ar naso, e ’r naso rosso: 
se sbatte le bbrocchette 8 che ttrabballi: 
tramontane, per dia, 9 ch’entreno all’osso: 
stai ar foco, t’abbrusci e nnun te scalli: 
se’ iggnudo avessi 10 un guardarobba addosso... 
E cchiameno l’inverno? bbuggiaralli! 

Roma, 7 febbraio 1833 
Note - 1 Per voi altri. 2 Posso. 3 Tremito. 4 Brezzolina acuta. 5 Carbone leggero, formato con le legna spente de’ forni. 6 Andate a vedere. 7 Al Tritone, che getta in saliente di acqua a Piazza Barberini, si copre il capo nei grandi freddi come di una parrucca di ghiaccio. 8 Lo sbattimento degli ossi dei ginocchi l’un contro l’altro. 9 Per dia, invece di per dio. Transazione tra il vizio e lo scrupolo. 10 Sei ignudo, se pure avessi, ecc. 

Versione. Per voi sarà pure una bella invernata, ma per me è una stagione pessima. Io che con questo freddo dannato non posso fermare i brividi. Fischia una certa tramontana, e il carbone frigge come carbonella. E andate a vedere che razza di parrucca ha messo il Tritone [della fontana del Bernini, in piazza Barberini]. Hai sempre la goccia al naso e il naso rosso: sbatti le gambe e traballi: tramontane, per dio, che entrano nelle ossa: stai vicino al focolare, ti scotti ma non ti riscaldi: ti senti nudo anche se hai un intero guardaroba addosso… E desiderano l’inverno? Ma vadano alla malora! 

925. Li scardíni 1

1 Brungia! 2 E cco cquella pelle de somaro,
che sséguiti a ddormí ssi tte s’inchioda,
fai tanto er dilicato? Ih, un freddo raro!
nun ze trova ppiú un cane co la coda!

Ma ccazzo! Semo ar mese de ggennaro:
che spereressi? 3 de sentí la bbroda? 4
L’inverno ha da fà ffreddo: e ttiell’a ccaro
ch’er freddo intosta 5 l’omo e ll’arissoda 6

E ss’hai ’r zangue de címiscia 7 in der petto,
de ggiorno sce sò 8 bbravi scardinoni da potette 9 arrostí ccome un porchetto;
e dde notte sce sò ll’antri foconi
c’addoprava er re Ddàvide in ner letto

pe ppijjà cco ’na fava du’ piccioni. 10


Roma, 21 febbraio 1833 
Versione. Gli scaldini. Fregna! E con quella pelle dura, che continui a dormire anche se ti si inchioda, fai tanto il delicato. Ih che freddo raro! Non si trova più un cane con la coda. Ma cazzo! siamo a gennaio: che spereresti? di sentire aria calda? L'inverno deve fare freddo: e tieni in considerazione che il freddo indurisce l'uomo e lo rassoda. E se hai sangue di cimice nel petto ( cioè hai freddo) di giorni ci sono bravi scaldini che ti possono arrostire come un porchetto; e di notte ci sono altri bracieri, che adoperava re David nel letto per prendere una fava con due piccioni (Si riferisce a un episodio biblico sul vecchio re David, che non riusciva a scaldarsi e perciò gli procurarono una giovane vergine per giacere con Lui e scaldarlo ma..il re troppo vecchio non la conobbe e..quindi prese solo un piccione...)

Scaldaletto
chiamato Prete
Note - 1 Caldani: caldanini. 2 Questa interiezione si adopera allorché alcuno si pone in sullo squisito. Il vocabolo è così alterato sulla stessa alterazione volgare di bruggna (prugna) per imitare la ricercatezza o la pretensione del beffeggiato. 3 Spereresti. 4 Aria calda. 5 Indurisce. 6 Lo rassoda. 7 Cimice. 8 Ci sono. 9 Poterti. 10 Proverbio.


751. Er prete 
Jeri venne da mé ddon Benedetto
 pe ffamme 1 arinnaccià cquattro pianete;
 e vedenno un riarzo drent’ar letto, 
me disse: «Sposa, 2 cqua cche cce tienete?
 Io j’arispose che cciavevo er prete 3
 pe nnun stamme 4 a addoprà llo scallaletto;
 e llui sce partí 5 allora: «Eh, ssi 6 vvolete,
 sò pprete io puro»: e cqua fesce l’occhietto. 
Capite, er zor pretino d’ottant’anni
 che stommicuccio aveva e cche ccusscenza
 cor zu’ bbraghiere e cco li su’ malanni?
 Ma ssai che jje diss’io? «Sora schifenza, 
che ccercate? La freggna che vve scanni? 
Io non faccio peccato e ppinitenza». 
Rona, 15 gennaio 1833 

Note- 1 Farmi. 2 Pronunciata con la o chiusa. 3 Utensile di legno, mercé il quale si sospende un caldanino fra le coltri del letto. 4 Starmi. 5 Partirci vale quasi: «prendersi una libertà di dire o di fare»; e simile verbo si pronuncia con un tal suono di ironia. 6 Se. 

Versione. Il prete. Ieri venne da me don Benedetto per farmi riparare quattro pianete; e vedendo il rialzo dentro il letto, me disse " Sposa, qua che cosa ci tenete? Io risposi che ci avevo il prete per non adoperare lo scaldaletto ( strumento metallico pieno di brace che si muoveva nel letto) e alllora " eh sw volete, sono prete anche io" e qua feve l'occhietto. Capite, il sor pretino di ottanta anni che stomacuccio aveva e che coscienza col suo cinto ernario e co i suoi malanni? Ma sai che gli dissi io? " sora schifezza, che cercate? La vagina che vi uccida? Io non faccio peccato e penitenza".

06/01/18

Belli e la festa della Befana

Piazza Navona,
anni '50
Il 6 gennaio del 1845 Giuseppe Gioachino Belli scrive tre sonetti dedicati alla festa della Befana, che si festeggiava proprio quel giorno.
Belli in quell'inizio di anno ha ottenuto finalmente la giubilazione, cioè l'attuale pensione, da pochi giorni e precisamente dal 3 gennaio 1845. 
Da parecchi anni il Poeta è vedovo e dal suo matrimonio con la contessa Maria Pichi è nato l'amatissimo figlio unico Ciro, che essendo nato nel 1824, era già grande per aspettare la Befana. Sono anche gli ultimi anni in cui il grande Poeta romanesco scrive i Sonetti.

I tre Sonetti dedicati alla Pasqua bbefania
In quel periodo, questa festa, proprio per la sua importanza, manteneva il nome antico di Pasqua bbefania
I Sonetti sono tre, quasi una commedia divisa in tre tempi: La vigilia, la notte e la mattina della festa.
Sono dedicati a questa festa molto importante nel calendario romano: la festa dei bambini, che ricevevano doni portati attraverso la cappa del camino dalla vecchia Befana . Dobbiamo ricordare che in quel periodo, i regali ai bambini erano portati solo ed esclusivamente dalla Befana e perciò si può immaginare quanto era aspettata da ogni bambino. 
Così anche i genitori più poveri facevano di tutto per far trovare nella calza che si appendeva al camino qualche giocherello, qualche dolcetto..insieme a un pezzetto di carbone, segno delle punizioni ricevute nell'arco dell'anno per le marachelle fatte.

Preparativi per la festa
Belli nei Sonetti ci fa percepire il brusio della folla,  che in quel giorno di vigilia girava alla ricerca dei regali. La zona affollata citata da Belli non è piazza Navona, dove il mercatino fu trasferito solo dal 1872, ma quella di piazza Sant'Eustachio e piazza dei Caprettari,  che dall'Avvento alla Befana si riempiva di casotti di legno, che vendevano giocherelli, dolciumi e personaggi dei presepi.
Ma la situazione caotica non era diversa anche un pò più il là verso la via del Sudario, vicino a via del Monte della farina, dove Belli era andato ad abitare in quegli anni
B.Pinelli
La Befana
Altra nota di colore è quella dedicata ai bottegai romani che, ieri come oggi, approfittavano della gran richiesta per aumentare i prezzi.
Anzi il popolano, che parla nel sonetto, tiene a precisare che, visto i prezzi, ai suoi bambini farà i regali nella settimana successiva. 
Cioè in tempo di svendita!!

Nel secondo sonetto la scena cambia e si svolge in una qualunque casa romana, dove un bambino fa capricci dettati dall'ansia, affichè la notte passi in fretta per vedere i regali che la Befana porterà.

Nel terzo sonetto vengono descritti i vari tipi di giochini, che i bambini di quell'epoca poteva aspettarsi di trovare: arlecchino, trombette, pulcinella,
cavallucci, sediole, piccoli ciufoli, carrettini, cuccú, fucili, vasetti, sciabole, tamburelli.
Ovviamente non poteva mancare un riferimento alla golosità dei preti nei confronti dei dolcetti portati dalla befana. 

I Sonetti 2095. Pasqua bbefania. La viggijja de pasqua bbefania

La bbefana, a li fijji, è nnescessario
de fajjela domani eh sora Tolla?
In giro oggi a ccrompà cc’è ttroppa folla.
A li mii je la fo nne l’ottavario.

A cchiunque m’accosto oggi me bbolla:
e ccom’a Ssant’Ustacchio è cqui ar Zudario.
Dunque pe st’otto ggiorni io me li svario;
e a la fine, se sa, cchi vvenne, ammolla.


Azzeccatesce un po’, d’un artarino
oggi che ne chiedeveno? Otto ggnocchi;
e dd’una pupazzaccia un ber zecchino.

Mó oggnuno scerca de cacciavve l’occhi;
ma cquanno sémo ar chiude er butteghino,
la robba ve la dànno pe bbajocchi.



Versione. La vigilia di Pasqua Epifania. La befana (cioè i doni), ai figli, è necessario fargliela domani eh signora Tolla? In giro oggi a comperare c’è troppa folla. Ai miei figli gliela faccio tra otto giorni. Qualunque bottega a cui mi avvicino oggi, mi dà una batosta: è così ovunque, a Sant’Eustachio come qui al Sudario. Dunque per questi otto giorni io li distraggo (i figli, con qualche scusa); e alla fine, si sa, chi vende deve cedere. Indovinate un po’ per un altarino oggi che cosa m’hanno chiesto? Otto scudi; e per una bambola scadente un bello zecchino. Ora ognuno cerca di cavarvi gli occhi; ma quando saremo alla chiusura del botteghino, la roba ve la danno per pochi baiocchi..

2096. Pasqua bbefania. La notte de pasqua bbefania

«Mamma! mamma!». «Dormite». «Io nun ho ssonno».
«Fate dormí cchi ll’ha, ssor demonietto».
«Mamma, me vojj’arzà». «Ggiú, stamo a lletto».
«Nun ce posso stà ppiú; cqui mme sprofonno».

«Io nun ve vesto». «E io mó cchiamo Nonno».
«Ma nun è ggiorno». «E cche mm’avevio detto
che cciamancava poco? Ebbè? vv’aspetto?»

«Auffa li meloni e nnu li vonno!».

«Mamma, guardat’un po’ ssi cce se vede?»
«Ma tte dico cch’è nnotte». «Ajo!». «Ch’è stato?»
«Oh ddio mio!, m’ha ppijjato un granchio a un piede».

«Via, statte zzitto, mó attizzo er lumino».
«Sí, eppoi vedete un po’ cche mm’ha pportato
la bbefana a la cappa der cammino».


Versione: La notte di Pasqua Epifania. Mamma! mamma! - Dormite. - Io non ho sonno. Fate dormire chi ce l'ha, signor demonietto. Mamma, mi voglio alzare. - Giù, stiamo a letto. Non ci posso stare più; qui mi sprofondo. Io non vi vesto. - E io ora chiamo nonno. Ma non è giorno! - E che mi avevate detto, che ci mancava poco? Ebbene? Vi aspetto? Uffa, i meloni gratis, e non li vogliono! Mamma, guardate un po’ se ci si vede (cioè se fuori c'è luce, se è già l’alba). Ma ti dico ch’è notte. - Ahi! - Ch'è stato? Oh dio mio!, m'ha preso un crampo a un piede. Via, - Sta’ zitto, ora accendo il lumino. Sì, e poi vedete un po' che cosa mi ha portato la befana a la cappa del camino. 

2097. Pasqua bbefania. La matina de pasqua bbefania

Ber vede è da per tutto sti fonghetti,

sti mammocci, sti furbi sciumachelli,
fra ’na bbattajjeria de ggiucarelli
zompettà come spiriti folletti!

Arlecchini, trommette, purcinelli,

cavallucci, ssediole, sciufoletti,
carrettini, cuccú, schioppi, coccetti,
sciabbole, bbarrettoni, tammurrelli...

Questo porta la cotta e la sottana,

quello è vvistito in càmiscio e ppianeta,
e cquel’antro è uffizzial de la bbefana.

E intanto, o pprete, o cchirico, o uffizziale,

la robba dorce je tira le deta;
e mmamma strilla che ffinissce male.

Versione. La mattina di Pasqua Epifania. Un bel vedere è saltellare come spiriti folletti tutti questi funghetti, questi marmocchi, questi furbi zufoletti, fra una batteria di giocarelli. Arlecchini, trombette, pulcinella, cavallucci, sediole, fucili, coccetti, sciabole, berrettoni, tamburelli...Questo è vestito da prete, quello è vestito da chierico e quell'altro da ufficiale  della Befana. E intanto, o prete, o chierico, o ufficiale, i dolcetti tirano loro le dita; e mamma strilla che finisce male.

25/12/17

Belli e il presepio all'Aracoeli

Anche il Poeta Belli, cultore delle tradizione romane, conosceva bene uno dei più belli e amati presepi romani, quello allestito ogni anno, fin dal 1774, dai frati zoccolanti nella seconda cappella a sinistra della basilica di Santa Maria in Ara Coeli. 
Secondo una pia tradizione, la statuetta del Bambinello, alta circa 60 centimetri, sarebbe stata dipinta dalla mano dalla Divina Provvidenza e rubata varie volte (per saperne di più) 
E Belli sapeva anche come i romani, a forza di spintoni, andassero durante le festività natalizie  a pregare il miracoloso Bambinello 
Si credeva che, in caso di grazia, le sue labbra divenissero rosse, mentre si facevano bianche quando non c’era più speranza.
Proprio grazie al Poeta e al sui versi abbiamo una vivida descrizione dei personaggi che formavano questo presepe. 

Er presepio de la Resceli 1
Er boccetto2 in perucca e mmanichetti
è Ssan Giuseppe spóso (3) de Maria.
Lei è cquella vestita de morletti (4)
e de bbroccato d’oro de Turchia.
Vedi un pupazzo pieno de fiocchetti
tempestati de ggioje? ecch’er Messia.
Cazzo! evviva sti frati bbenedetti,
che nun ce fanno vede guittaria! (5)
Cuello a mezz’aria è ll’angelo custode
de Ggesucristo; e cquelli dua viscino, (6)
la donna è la Sibbilla e ll’omo Erode.
Lui disce a llei: «Dov’ello sto bbambino
che le gabbelle mie se vò ariscòde?» (7)

Lei risponne: «Hai da fà mórto (8) cammino».

(Versione. Il vecchietto in parrucca  e coi risvolti  è San Giuseppe sposo di Maria. Lei è quella vestita di merletti e di broccato d'oro proveniente dalla Turchia. Vedi un pupo pieno di fiocchi tempestati di gioie? Ecco il Messia. Cazzo! evviva questi frati bededetti che non ci fanno vedere la miseria. Quello sospeso a mezz'aria è l'angelo custode di Gesù Cristo: e quei due vicini. la donna è la Sibilla e l'uomo Erode. Lui dice a lei: Dov'è questo bambinello che vuole riscuotere le mie gabelle? Lei gli risponde: Hai da fare molta strada.)
12 gennaio 1832 - Der medemo
Note 1-Il presepio de’ frati zoccolanti dell’Ara-Coeli sul Campidoglio (dov’era il tempio di Giove Capitolino) è costruito ogni anno secondo la descrizione che qui se ne dà. 2- Vecchietto. 3-Con la o stretta come ascoso, ecc 4-Merletti. 5-Miseria 6- I due seguenti personaggi, a ragionamento fra loro, si trovano quasi a contatto col gruppo del mistero. 7- Riscuotere, per «esigere». 8-Con la o stretta: molto.
In questo antico presepe ci sono anche due personaggi veramente insoliti, che non sono però Erode e la Sibilla, come credeva il protagonista del sonetto. Si tratta di Augusto e della Sibilla Tiburtina, posti a ricordo della leggenda medioevale secondo la quale la chiesa sarebbe stata edificata in seguito alla profezia ricevuta dal primo imperatore di Roma. A quest’ultimo la Sibilla avrebbe annunciato la nascita di Cristo, mostrandogli l’altare del figlio di Dio.
Ma non basta Belli avrebbe dedicato un altro dei suoi sonetti sempre a questo presepe.


Er presepio de li frati

Semo stati a vvedé ssu a la Rescèli 1
er presepio, ch’è ccosa accusí rrara,

che ppe ttiené la ggente che ffa a ggara

ce sò ssei capotori2 e ddu’ fedeli.3
L’angeli, li somari, li cammeli
si li vedete, llí stanno a mmijjara:
c’è una Grolia4 che ppare la Longara;5
e cce se pò ccontà lli sette sceli. 6
Indietro sc’è un paese inarberato 7

dove sarta sull’occhi un palazzino,
che ddev’èsse la casa der curato;

 e avanti, in zu la pajja, sc’è un bambino,

che mmanco era accusí bbene infassciato
er fío de Napujjone8 piccinino.
Roma, 27 dicembre 1832 - Der medemo
(Versione. Siamo stati a vedere su all'Aracoeli il presepio, che è una cosa assai pregiata, che per tenere la gente che fa a gara a vederlo ci sono sei capotori e due fedeli. Gli angeli, i somari, i cammelli ce ne sono a migliaia, c'è una grotta che sembra  via della Lungara, e si possono contare i sette cieli. Indietro c' è un paese posto in alto dove emerge una palazzina, che deve essere la casa del curato, e davanti, nella paglia, c'è un bambino, che non era così ben fasciato il figlio di Napoleone da bambino.)

Note

  1. SaltaLa chiesa di S. Maria in Aracoeli sul Campidoglio, di cui vedi i son… Essa è di giurisdizione del popolo romano rappresentato dai Conservatori.
  2. Salta Milizia capitolina, come suona il nome. Essa è formata dai capi d’arte della città e incede in uniforme rosso. Non sono però né in numero né di spiriti da dare gelosia a chi tutto il potere del Campidoglio usurpò.
  3. Salta Vedi di questo la nota… del son…
  4. Salta Gloria. Così chiamasi nei presepi un direi quasi imbuto di nuvole, in fondo alle quali scorgesi il Padre Eterno col suo triangolo dietro al capo, chiamato dal popolo il cappello a tre pizzi del Padre Eterno.
  5. Salta Via di Roma che corre tra il Tevere e il Gianicolo, dalla Porta di Settimio Severo (Settimiana) a quella di Leone IV (di S. Spirito), restate senza alcun ufficio dopo l’addizione della Città Leonina al Trastevere e a Roma, fatta da Urbano VIII.
  6. Numero preciso de’ cieli del Cristianesimo.
  7. Salta Inalberato: posto nell’alto.
  8. SaltaNapoleone.

21/12/17

Belli e il pangiallo

Il “pangiallo" è un dolce tipico di Roma e del  Lazio, che secondo antiche leggende, risalirebbe addirittura all'epoca degli antichi romani. 
La leggenda. Così si racconta che nella Roma imperiale era usanza, in occasione del solstizio d’inverno, cioè il 21 o 22 dicembre,  preparare un dolce che per forma e colore ricordasse il sole e favorirne il ritorno. 
Qualcosa di molto simile al pangiallo lo si ritrova nel famoso manuale gastronomico di Apicio, celebre cuoco della Roma imperiale, in un capitolo della sua raccolta culinaria dedicato ai dolci "facilmente realizzabili in casa" lo chef di duemila anni fa consigliava: "mescola nel miele pepato del vino puro, uva passita e della ruta. Unisci a questi ingredienti pinoli, noci e farina d’orzo. Aggiungi le noci raccolte nella città di Avella, tostate e sminuzzate, poi servi in tavola".
Dono di Natale. In passato, quando non si erano ancora diffusi i dolci natalizi confezionati era un dono tipico che si faceva a Natale, e non poteva mancare sulle tavole romane.
Oggi la sua diffusione è notevolmente diminuita a favore dei classici pandori, panettoni (etc), che con le tradizioni romane non hanno nulla a che fare.
A Roma, ancora qualche forno o pasticceria lo prepara e fino a poco tempo fa si poteva trovare sulle bancarelle di piazza Navona, insieme al carbone dolce, al torrone e altri dolcetti in vendita per la festa della befana.
Il Pangiallo. Possiamo dire che è uno dei pochi dolci natalizi,  la cui origine sia prettamente romana e laziale. Anche se, attualmente è stato sostituito da prodotti di altre regioni (pandoro, panettone etc..).  

Tradizionalmente il pangiallo veniva ottenuto tramite l'impasto di frutta secca, miele e cedro candito, il quale veniva in seguito sottoposto a cottura e ricoperto da uno strato di pastella d'uovo.
Fino a tempi molto recenti nella preparazione del pangiallo le massaie romane mettevano i noccioli della frutta estiva (prugne e albicocche) opportunamente essiccati e conservati, in luogo delle costose mandorle e nocciole.
Ancora oggi, tradizione vorrebbe che il Pangiallo venisse prodotto in casa per poi essere regalato per le feste natalizie ad amici e parenti, ma è molto difficile che ciò accada!!!
Il Pangiallo nei Sonetti di Belli. Nella Roma del Poeta Belli, invece il pangiallo doveva essere diffuso, in quanto non è un caso che vien ripetutamente citato in alcuni Sonetti. 
Ne La Compaggnia de Vascellari   è utilizzato per fare un paragone dispregiativo nei confronti di qualcheduno apostrofato così: sor faccia de pangiallo. 

Negli altri casi è invece abbinato alla festa del Natale, all'altro dolce tipico romano il torrone.
I sonetti che contengono riferimenti al pangiallo sono:

220. La Dogana de terra a piazza-de-Pietra
262. La Compaggnia de Vascellari 
462. La fijja ammalata
661. Er tiro d’orecchia 
2076. Una serenata
75. Ar bervedé 1 tte vojjo 

Particolarmente commovente e terribile è il sonetto La figlia ammalata, dove viene toccato il tema della malattia di  una giovanetta, e della morte come momenti profondi dell'esistenza. 
Un sonetto cupo che nell'ultima riga il poeta Belli alleggerisce nominando appunto il pangiallo
Forse al padre-protagonista viene in mente proprio questo dolce che gli  ricorda gli altri bei Natali passati e quello terribile che lo aspetta se la figlia morirà... 
Infine anche Giggi Zanazzo nomina il pangiallo nel cibo che non poteva mancare sulle tavole romane dei suoi tempi per Natale  (da Usi e costumi del popolo romano: se magneno li vermicelli co’ l’alice, l’inguilla, er salamone, li bbroccoli, er torone, er pangiallo, et eccetra et eccetra.(si mangiano i vermicelli con le alici, l'anguilla marinata, il salmone, i broccoli fritti, il torrone, il pangiallo etc. etc.)

462. La fijja ammalata 
Ccos’è, ccos’è! cquer giorno de caliggine
 lei vorze (1) annà dde filo (2) ar catechisimo? 
Bbè, in chiesa j’ariocò (3) cquela (4) vertiggine 
ch’er dottore la chiama er passorisimo.(5) 
Mó er piede che cciaveva (6) er rumatisimo 
je se fa nnero come la fuliggine, 
e nnun ce sente manco er zenapisimo: 
li spropositi, fijja: (7) ecco l’origgine. 
Smania che in de la testa cià (8) uno spasimo 
che mmanco pò appoggialla ar capezzale... 
Te pare bbrugna (9) da nun stà in orgasimo? 
Ha er fiatone, (10) ha un tantin d’urcere in bocca... 
Pe mme, ddico che sgommera; (11)
e a Nnatale Dio lo sa cche ppangiallo (12) che mme tocca. 

[Versione. Cos'è. Cos'è! quel giorno di nebbia lei volle andare per forza al catechismo? Beh, in chiesa si ripetè quella vertigine che il dottore la chiama il parossismo. Adesso il piede che aveva il reumatismo si fece nero come la fuliggine, e non ci sente neanche il senapismo: gli stravizi, figlia: ecco l'origine. Smania che nella testa ha uno spasmo che non può neanche appoggiare la testa al capezzale.. Ti pare un disastro da non stare in apprensione? Ha il fiatone, ha un pò di ulcere in bocca..Per me dico che se ne va dal mond.. e a Natale lo sa Dio che pangiallo che mi tocca.

Roma, 19 novembre 1832 - Der medemo 
Note. 1 Volle. 2 Per forza. 3 Le ripeté. Traslato tolto dal giuoco di dadi, chiamato dell’Oca, dove ciascuna volta che arrestandosi sopra un punto nelle case, dispostevi in numero di 61, vi si trova segnata un’oca, si ripete in avanti il punto. Quindi il riocare. 4 Medesima osservazione, tra arioco e cquela, che si trova in nota al sonetto Er leggno a vvittura. 5 Parossismo. 6 Ci aveva. 7 Qui è termine di sola benevolenza. 8 Ci ha. 9 Disastro rilevante. 10 Affanno. 11 Sgombra: traslato preso dallo sgombro delle case, che in Roma dicesi lo sgommero. Qui sta per «partire dal mondo». 12 Specie di pane, con mandorle e uve appassite, che mangiasi a Natale. Esso è colorito sovente con dello zafferano. 


21 dicembre, data della scomparsa di Belli e Trilussa


Accadde oggi 21 dicembre. Sono 154 anni dalla scomparsa del Poeta Giuseppe Gioachino Belli avvenuta a Roma nel 1863... 
E il caso ha voluto che anche un altro grande poeta, noto per le sue composizioni in dialetto romanesco Trilussa, pseudonimo per Carlo Alberto   Salustrinato a Roma il 26 ottobre 1871 sia morto lo stesso giorno il 21 dicembre dell'anno 1950.