13/11/17

Belli e le scritte sui muri


Passeggiando per Roma saltano agli occhi le tantissime scritte che imbrattano i muri. 
Sono sia in centro che in periferia, e questi atti, spesso di puro vandalismo, costano allo Stato cifre importanti per rimuoverle.
Soldi che potrebbero essere usati diversamente e invece il Comune è costretto a spendere  per ripulire i danni dei vandali che non hanno di meglio da fare che sporcare la città, tra scritte sui muri e graffiti. 

Nel caso dei murales, dei graffiti la situazione è un pò diversa,  perché in alcuni casi si tratta di vere e proprie opere d'arte fatte dagli artisti di strada: la street art (vedi qui [...] ).

I ragazzi si divertivano a imbrattare i muri
Comunque questa abitudine, non solo romana, di imbrattare muri, con più gusto se puliti da poco, è riferita anche alla Roma del tempo di Giuseppe Gioachino Belli.
In un sonetto dal titolo "Un ber gusto romano" il poeta  racconta proprio di questa pratica, con cui si divertivano i ragazzi romani della sua epoca. 
Infatti per questi giovani era una grande soddisfazione imbrattare i muri, soprattutto quelle delle case nuove e dei palazzi. 
Allora si usava semplicemente un pezzo di carbone.
Nel sonetto Belli si diverte ad elencare i disegni che venivano fatti su muri. 
Bellissimo murales 
con papa Francesco - superman
Roma Vaticano (poi cancellato)

Ieri come oggi i segni lasciati erano di vario genere, si trattava di cifre, pupazzi, numeri da giocare al lotto o il cosiddetto nodo di Gordiano o la stella di Salomone. 
Ma non solo, non mancavano i disegni sconci, ovviamente di carattere sessuale che i più impertinenti disegnavano abilmente sui muri.

Alcune volte poi questi atti di vandalismo  non si limitavano solo alle scritte, ma andavano oltre provocando veri e propri danni sui muri, insistendo con bastoni, chiodi o sassi. 

Anche il Poeta si divertiva così.
Quando scrive questo sonetto, Giuseppe Gioachino Belli ha 42 anni. Riveste anche un buon ruolo sociale in quanto impiegato dell'amministrazione pontificia, sposato con una ricca nobildonna e con un figlio, oltre che essere un personaggio di rilievo nella vita culturale di Roma. 
Ciononostante, le ultime righe contengono quella che potrebbe sembrare una confessione.

Le scritte sui muri come metafora.
Il Poeta dichiara che di  fronte a un bel muro bianco ritorna ragazzo e  ancora prova il gusto  di sporcarlo, ovviamente non visto.
Si tratta forse di nostalgia e di rivivere un attimo di quell' adolescenza, che per Lui non era stata affatto spensierata,  a causa delle tante disgrazie che avevano segnato fin dalla giovane età la sua esistenza? 
O piuttosto si tratta di una metafora, un' allusione all'impeto di protestare, contro il mondo in cui viveva grazie alla forza distruttiva dei suoi Sonetti...


Un ber gusto romano 
La nostra gran zodisfazzione
de noantri (1) quann’èrimo (2) regazzi
era a le case nove e a li palazzi
de sporcajje (3) li muri cor carbone.
              
Cqua ddiseggnàmio (4) o zziffere (5) o ppupazzi,(6)
o er nodo de Cordiano (7) e Ssalamone:  (8)
llà nnummeri (9) e ggiucate d’astrazzione,(10)
o pparolacce, o ffiche uperte e ccazzi.
              
Oppuro (11) co un bastone, o un zasso, o un chiodo,
fàmio (12) a l’arricciatura quarche sseggno,
fonno in maggnèra (13) c’arrivassi ar zodo. (14)
              
Quelle sò (15) bbell’età, pper dio de leggno!
Sibbè cc’adesso puro (16) me la godo,
e ssi (17) cc’è mmuro bbianco io je lo sfreggno (18).


22 giugno 1834

Note

1.Noi altri; 2. Quando eravamo; 3. Sporcargli; 4.Disegnavamo 5.Cifre. 6.Fantocci. 7.Gordiano 8. .Salomone  9. Per solito vi scrivano i numeri del millesimo corrente; 10. Giuocate: de’ numeri per la estrazione del lotto. 11.Oppure; 12.Facevamo; 13.Profondo in maniera; 14.Che arrivasse al sodo; 15 Sono; 16.Benché, adesso,pure, ecc 17.Se;18. Glielo rovino.

[Versione. Una grande soddisfazione di quando eravamo ragazzi  era quella di sporcare col carbone i muri delle case nuove e dei palazzi.
Qui disegnavamo cifre o pupazzi,  il nodo gordiano e quello di Salomone (cioè la stella a cinque punte): là numeri e le giocate per l'estrazione del lotto, o parolacce, o vagine aperte e membri maschili.
Oppure con un bastone, o un sasso o un chiodo, facevamo all'intonaco qualche segno, profondo in maniera da arrivare ai mattoni.
Quelle sono belle età, per Dio! Sebbene adesso anche io mi diverto, e se c'è un muro bianco lo sfregio.]

17/10/17

Belli e lo scrivano pubblico

 Scrivano pubblico
a Portico d'Ottavia

E. Meyer  -1829
Intorno a Roma si estendeva una fascia di terra larga da 2 a 4 miglia, densamente coperta di orti e vigne.
Poi iniziava l'Agro romano: con 262 tenute divise fra proprietari laici, corporazioni religiose ed opere pie, aristocrazia, enti ecclesiastici, borghesi. 
Dopo l'Agro si entrava nella Campagna Romana.  E in mancanza di industrie,  l'agricoltura era la base principale della vita economica di queste zone spesso spopolate e dai metodi arretrati.
Perciò intorno a Roma gravitava tutto un vasto mondo agricolo, da cui dipendeva l'importante rifornimento delle derrate alimentari.

Contadini e latifondisti a piazza Montanara.
Così spesso a causa delle pendenze amministrative con i proprietari terrieri  affluivano quotidianamente in città un gran numero di contadini, che ovviamente erano quasi sempre analfabeti, e che spesso avevano necessità di interloquire  con le autorità sia civili che religiose per ottenere concessioni e favori o (più raramente) reclamare diritti. Altri poi arrivavano in città anche per trovare lavoro nelle campagne romane. 
 Acquedotti nella 
campagna romana
 J.J. Frey, 1865.

Spesso il luogo di incontro era la piazza Montanara, posta ai piedi della Rupe Tarpea nelle immediate vicinanze del Campidoglio, delimitata in parte dal Teatro di Marcello. Oggi scomparsa.
Questa in passato era un affollato luogo di raccolta di persone provenienti dalle campagne circostanti e anche da fuori dello Stato Pontificio, che sin dalle primissime ore del mattino vi si affollavano per offrire merce e soprattutto la loro manodopera per lavori di bracciantato.
Poi, data la scarsa alfabetizzazione di questi lavoratori, era anche un luogo molto frequentato da scrivani, che prestavano la loro opera per la scritture di lettere ed altri atti di varia natura.

Analfabetismo diffuso
In questo scenario, si inserisce dunque questa figura molto familiare fino ad un secolo scorso: lo scrivano pubblico. 
Per i contadini analfabeti, e più in generale per il popolino romano, costituiva  il primo intermediario verso le autorità cittadine: a lui ci si rivolgeva per avere consulenze per le richieste, le raccomandazioni, reclami e rivendicazioni varie. 
Ma non solo. Anche l'epistolario amoroso dei giovani contadini era gestito dallo scrivano pubblico che, come un assistente sociale, conosceva tutti i problemi dei suoi assistiti.
Il Poeta Belli, come suo solito, apre un gustoso  siparietto sulla figura importantissima a Roma della comare che si serve proprio dello scrivano per  una lettera ad una Signora, di cui si dichiara appunto Comare.
 "Roma - Arco di Dolabella"
serie "Roma sparita"
di Ettore Roesler Franz

La Comare o Commare.
Interessante è poi l'uso  della parola Comare o Commare ad indicare varie accezioni. 
La prima di queste accezioni era (ed è) Madrina di battesimo o di Cresima. Poi con la stessa parola si indica la levatrice , in quanto era lei che, in alcune regioni, presentava il neonato al battesimo. 
A Roma invece il termine Commare, spesso utilizzato nei sonetti di G.G. Belli,  poteva avere un significato piuttosto dispregiativo  e stava ad indicare una donna curiosa, pettegola, maldicente, litigiosa, invidiosa..
In altri casi invece Commare è  la vicina di casa, che poteva essere amica e confidente, o invece avere  alcuni dei tratti  negativi di cui si è detto sopra.

Sonetto La lettra de la Commare


   Cara Commare. Piazza Montanara,1
oggi li disciannove der currente.
Ve manno a scrive che sta  
facciamara
de vostra fijja vò pijjà2 un pezzente.       
     Poi ve faccio sapé che la taccara
morse, in zalute nostra, d’accidente:
e l’arisposta sò a pregavve cara -
mente a dàlla alla torre3 der presente.   
     Un passo addietro.4 Cquà la capicciola

curre auffa,5 mannandove un zaluto
pe pparte d’Antognuccio e Lusciola. 
     Me scordavo de divve, si ha ppiovuto
che sta lettra nun pò passà la mola,
come, piascenno a Dio, ve dirà el muto.

Titta nun ha possuto;
e con un caro abbraccio resto cquane
vostra Commare Prascita Dercane. 6              


A l’obbrigate mane
de la Signiora Carmina Bberprato,

Roccacannuccia, in casa der curato.
Morrovalle, 26 settembre 1831 - Der medemo


N.B. In Piazza Montanara, presso l’antico Teatro di Marcello, siedono alcuni scrivani o segretari in servizio de’ villani dello Stato, che ivi si radunano, particolarmente le feste, per aspettare occasioni di vendere la loro opera pe’ lavori delle campagne romane; questi segretari hanno certa tassa per le varie lunghezze di lettere, le più preziose delle quali sono le dipinte a cuori trafitti, sanguinolenti e infiammati. 
Note - 1 Sposare. 2 Al latore. 3 Frase usata spessissimo dagli indòtti, i quali nel discorso hanno obliata qualche circostanza. 4 La bavella va a vil prezzo. Sull’auffa, a ufo, vedi il sonetto… 5 Placida del cane.

[Versione. La lettera della Commare
Cara Commare. Piazza Montanara,
oggi il 19 del mese corrente, vi mando a scrivere che questa faccia amara
di vostra figlia vuole sposare un poveraccio.
Poi vi faccio sapere che la taccaia (donna che fabbrica o vende tacchi), in vostra salute, è morta d'accidente: e la risposta sono a pregarvi caramente  di darla al latore della presente. 
Un passo indietro. Qui la capicciola (tessuto di seta) va a basso prezzo, 
vi mando un saluto per parte di Antoniuccio e di Luciola.
Mi scordavo di dirvi, se avrà piovuto questa lettera non può passare (il fiume) il mulino. Come , piacendo a Dio, vi dirà il muto.
Titta non ha potuto; e con un caro abbraccio resto qua vostra Commare Priscilla Del Cane.
Alle obbligate mani della Signora Carmela BelPrato,

Roccacannuccia, in casa del curato.]

02/10/17

Belli e Napoli

Appena le condizioni economiche glielo permisero, Giuseppe Gioacchino Belli  cominciò a viaggiare
Dopo un' adolescenza difficile, funestata da gravi problemi economici, che lo obbligarono a vivere lunghi anni da travet, finalmente la ruota della fortuna girò anche per Lui! 
Anno della svolta è il 1816, quando, conosce e sposa la benestante contessa Mariuccia Conti. 
Il matrimonio porta una discreta agiatezza economica che permette al Belli di dedicarsi con tranquillità all'attività poetica e ai tanto amati viaggi.  
Rimanevano però gli obblighi derivanti dal modesto impiego che occupava. Dal 1816 Belli era infatti impiegato come commesso nell'Ufficio del Bollo e Registro di Roma diretto dal conte Vincenzo Pianciani, amico della moglie.
Finalmente, dal 1827 al 1842 riuscì, grazie ad un regolamento interno, ad ottenere la "quiescienza interinale", cioè in sostanza un'apettativa per motivi di salute, che lo autorizzava a non presentarsi più in ufficio, sebbene continuasse a percepire lo stipendio!  
[Per approfondire  vai alla Mostra digitale su G.G.Belli, impiegato dell''amministrazione pontificia 1807-1845]

Belli inizia a viaggiare
Così, Belli, finalmente libero dalla routine di un impiego, verso cui non provava interesse, può incrementare la passione per i viaggi. 
Aveva già cominciato a muoversi da Roma dal 1817-1820 per curare gli interessi  dell'Accademia Tiberina di cui era socio fondatore, e poi quelli della famiglia della moglie nelle Marche recandosi a Macerata, Ripatransone, e poi in Umbria a Terni e a Spoleto. 

I pericoli del viaggio a Napoli
Ma il suo primo vero viaggio, a lungo desiderato, ha come metà Napoli. 

Ricordiamo che nel 1798 la famiglia Belli si era dovuta rifugiare  a Napoli, per ragioni politiche, in seguito alla proclamazione della Repubblica dei Francesi, tentativo a cui prende parte un cugino del padre Gaudenzio, tale Gennaro Valentini, che verrà fucilato dai francesi. A Roma, intanto, vengono confiscati i beni di famiglia.

Il viaggio a Napoli era stato già programmato un anno prima, nel 1822, ma forse a causa del moti di cospirazione,  che avevano coinvolto anche questa città Belli aveva preferito rinunciare. E in una lettera scritta nel 1822, Belli addirittura parla di masnadieri, di antropofagi che infestano quelle zone. 
E il Poeta, che sicuramente non aveva un cuor di leone, preferisce rinunciare al viaggio. A tal proposito è interessante la lettera scritta un anno prima circa  i pericoli, che gli fanno rimandare questo viaggio:

A GIUSEPPE NERONI CANCELLI — S. BENEDETTO [20 aprile 1822] 

....era disposto per fare il viaggio di Napoli, insieme con un mio amico; ma come trovare il coraggio di esporsi al probabilissimo se non certo pericolo di essere colto dai masnadieri che infestano ogni dì più le sventurate provincie, per le quali è d’uopo far transito? Numerose orde di antropofagi scorrono desolando que’ luoghi, e menando in ostaggio sui monti tutti quegl’infelici che loro vanno cadendo tra’ mani. Così, io che cerco la salute, troverei la morte o di ferro, o di disagio, o di spavento, le quali tutte tre si somigliano. E quando anche il danno si ristringesse al rovinare la Casa per pagare il taglione, non sarebbe già poco. Sono tre giorni che venne in loro potere il Governatore di Napoli, il quale per la improvvisa sopravvenienza di uno squadrone di cavalleria, ebbe la grazia da Santo Jennaro di veder fuggire i suoi guardiani ed essere lasciato in camicia. Che delizie eh? Che bel secolo! 
Napoli, Banditore di vino nuovo,
1890

I giudizi su Napoli
Giunto a Napoli nel 1823, Belli così scrive a proposito della città:

 A FRANCESCO SPADA — ROMA  Napoli, 15 aprile 1823....
...Troppo fracasso pel povero Belli! Se non fosse il buon clima, e il desiderio mio di vedere i luoghi celebri che circondano questa metropoli, a quest’ora ne sarei già partito. Sto sempre fuori di me, e qualora penso a me stesso, mi sembra ricordarmi di una lontana persona. Qui non si può né pensare né scrivere, né dormire né parlare, perché il chiasso vieta tutte queste belle cose. Bella Città assai, ma non la sceglierei per la dimora della mia vita. Ho già veduto qualche antichità, e ne sono restato commosso.
A Napoli Belli non tornò più. Anche se non mancarono ricordi e riferimenti a questa città nella sua opera. 

Detti napoletani nei Sonetti
Un primo riferimento al dialetto napoletano si trova in una lettera del 1840 indirizzata a Ciro, l'unico figlio avuto dal matrimonio, dove Belli cita un proverbio napoletano: Luca fa’ priesto. 
Questo detto si riferiva al pittore Luca Giordano detto "Luca Fapriesto" ("Luca fai presto"), soprannome datogli mentre stava lavorando nella chiesa di Santa Maria del Pianto a Napoli, quando dipinse in soli due giorni le tele della crociera. Giordano in tutta la sua vita realizzò più di tremila dipinti che lo resero uno dei più acclamati e prolifici artisti del Seicento.
Il proverbio è rimasto nel linguaggio popolare per indicare: chi per troppa fretta arronza.
Luca Giordano (1634-1705)

A CIRO BELLI — PERUGIA Di Roma, 18 gennaio 1840
Fra i napolitani corre un curioso proverbio, col quale si motteggiano coloro che per troppa furia sconciano sovente le loro opere, o non le producono così perfette come avrebbero dovuto e saputo. Questi proverbialmente chiamansi colà: Luca fa’ priesto. — Il proverbio però viene da un famoso pittore, chiamato Luca, il quale non era soggetto da beffe. Purtuttavia se ne valgono in oggi per mortificare i galoppatori e i pasticcioni, che appagansi di un falso bagliore di orpello.

Il secondo riferimento al dialetto napoletano è in una frase messa in bocca al predicatore del sonetto intitolato  Er predicatore, tale Gioachino, che agitandosi nella predica aveva dato un cazzotto al pulpito così forte che il protagonista del sonetto gli aveva urlato: «Ppòzzi èsse impiso!», cioè possa tu essere impiccato!

Sonetto dedicato al viaggio.
Er viaggiatore 
È un gran gusto er viaggià! 
St’anno sò stato sin a Castèr Gandorfo co Rrimonno. 
Ah! cchi nun vede sta parte de Monno 
nun za nnemmanco pe cche ccosa è nnato. 
Cianno fatto un ber lago, contornato
 tutto de peperino, e ttonno tonno, 
congeggnato in maggnera che in ner fonno 
sce s’arivede er Monno arivortato. 
Se pescheno llí ggiú ccerte aliscette, 
co le capòcce, nun te fo bbuscía, 
come vemmariette de Rosario. 
E ppoi sc’è un buscio
indove sce se mette un moccolo sull’acqua che vva vvia:
e sto bbuscio se chiama er commissario (1).

[Versione. Il viaggiatore. E' un gran piacere viaggiare! Quest'anno sono stato fino a CastelGandolfo con Raimondo. Ah! chi non vede questa parte del mondo non sa nemmeno per che cosa è nato. Ci hanno fatto un bel lago, contornato tutto da peperino, e intorno fatto in modo tale che nel fondo si specchia il Mondo rivoltato. Si pescano laggiù certe alicette, con le teste, non ti dico bugie, come i grani del Rosario. E poi c'è un buco dove ci si mette un moccolo sull'acqua che va via e questo moccolo  si chiama Commissario]

Roma, 16 novembre 1831 - Der medemo 


1) L’emissario del lago Albano. Chi lo visita, si diletta di mandarvi dentro dei moccoletti accesi sostenuti da pezzetti di legno galleggianti sull’acqua che vi s’interna.

13/09/17

7 settembre 2017 - Omaggio per il compleanno di G.G.Belli



Come ogni anno, il 7 settembre si ricorda la data di nascita del Poeta romanesco Belli
Per il 2017,  lo scenario in cui è stata organizzata l'annuale manifestazione era veramente significativo: palazzo Poli non solo per la sua bellezza ma un luogo, per chi ama  Roma e Belli, intriso di significati.
Palazzo Poli
Il palazzo, su cui poggia la costruzione della Fontana di Trevi, è il risultato di diverse fasi costruttive. Il nucleo più antico, con fronte su piazza di Ceri, terminato nei primi anni del XVII secolo, fu commissionato dal duca di Ceri, che nel 1566 aveva acquistato il palazzo Del Monte ubicato in quell’area. 
L’incarico di costruire il nuovo edificio, inglobando anche proprietà vicine, fu dato all’architetto Martino Longhi, il vecchio e, alla sua morte, a Ottaviano Mascherino.
Dopo ulteriori ingrandimenti effettuati dalla famiglia Borromeo, eredi della proprietà Ceri, il palazzo fu acquistato nel 1678 da Lucrezia Colonna, poi sposa di Giuseppe Lotario Conti, duca di Poli, da cui il nome del palazzo. 
Piazza Poli 
nel secolo XIX
A lui, fratello del papa Innocenzo XIII, infatti, si devono altri importanti ampliamenti e l’acquisto degli edifici adiacenti al suo palazzo con fronte sulla piazza di Trevi: il palazzetto già Schiavo dei Carpegna e la casa dell’Arte della Lana, già Vitelleschi. 
Stefano Conti, figlio di Giuseppe Lotario, compì i lavori di ristrutturazione delle nuove parti inglobate, estendendo il palazzo ai definitivi confini, fino alla piazza di Trevi, fra il 1728 e il 1730, poco prima dell’inizio dei lavori per la nuova fontana del Salvi, nel 1732.
Nel 1808, alla morte di Michelangelo Conti, senza figli, il palazzo passò alla nipote Geltrude, sposa di Francesco Sforza Cesarini, il quale già nel 1812 lo vendette a Luigi Boncompagni Ludovisi

Dopo poco più di 70 anni, la proprietà fu venduta ai costruttori Belloni, Basevi e Vitali, che stravolsero la parte più antica dell’antico palazzo Ceri, già parzialmente distrutta per i lavori di via del Tritone.
Nel 1888 il Comune di Roma espropriò la porzione ancora integra del palazzo Poli per salvaguardare la fontana e l’edificio fu destinato ad ospitare uffici, inizialmente della Sezione del Tribunale Civile, poi dalla Provincia fu affittato per gli uffici degli Ispettori Catastali. 
Nel 1939 l’edificio fu ceduto a privati come pagamento per la costruzione, per conto del Governatorato, di nuovi uffici sulla via del Mare.

Nel palazzo Poli vissero importanti personaggi fra cui G.G.Belli 
Le mura di questo palazzo ospitarono nel corso dell’800 diversi inquilini illustri, fra i quali si ricordano artisti e letterati: il pittore palermitano Francesco Manno, nonchè il pittore tedesco Peter Cornelius e l'inglese Joseph Severn, infine il poeta Gioacchino Belli. 
Anche la principessa russa Zenaide Wolkonski vi abitò dal 1834 e il suo esclusivo salotto era frequentato da Belli e Gogol. 
Palazzo della Calcografia
L’edificio fu sede di logge massoniche, del consolato inglese e, dal 1857 al 1885, del Collegio Poli, nota scuola francese (frequentata anche da Trilussa) che si trovava al primo piano dell’ala demolita e che dovette quindi trasferirsi nell’attuale sede fra via San Sebastianello e via Alibert, con la nuova denominazione di Istituto San Giuseppe.
Omaggio a Belli per il suo compleanno.
Esattamente da 20 anni, il Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli il 7 settembre organizza un "Omaggio a Belli", per ricordare la data di nascita del poeta (7 settembre 1791). Quest'anno l'evento si è svolto nella sala Dante di palazzo Poli (così chiamata perché appunto Liszt vi eseguì la prima mondiale della sua Sinfonia Dante).
In questo Palazzo, Belli abitò insieme alla moglie Mariuccia dal 1816 al 1837 e dove scrisse molti dei suoi 2.279 sonetti in romanesco (e dove molto probabilmente incontrò Gogol, che rimase folgorato dalla bellezza dei sonetti che Belli lesse in quella occasione).
L'incontro, coordinato da Maria Antonella Fusco, dirigente dell'Istituto
nazionale per la grafica, e da
Marcello Teodonio, presidente del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli, ha alternato momenti di lettura di alcuni bellissimi sonetti (interpretati dai lettori belliani, gli attori Stefano Messina e Annalisa Di Nola) dedicati al tema dell'amore (incontri, liti, sesso), con serenate, presentate da Luigi Stanziani, e cantate da Sara Modigliani, accompagnata alla chitarra da Franco Pietropaoli.

09/09/17

Belli e le liti fra le donne

Teta, Nina, Betta, Maria, Checca,
Ggiartruda, Agnesa, Lalla, Clementina, Antonia, Marta , Maddalena; Nunziata, Nannarella, 
Carlotta etc. sono alcuni nomi di donne romane che troviamo nei versi del poeta Belli, e che occupano quasi metà della sua vastissima produzione poetica. 

 Le Donne romane
Nei versi di Belli sono imperdibili i siparietti, in cui le donne si prendono la scena. Sono caratteri pieni di una vivacità e di una umanità straordinarie, che usano parole spesso crude, dirette da farle sembrare spesso villane, pettegole, alcune volte addirittura violente. E' il loro modo di reagire di fronte all'ingiustizia e alla debolezza della loro condizione. 
Le popolane di Belli non si identificano assolutamente nella casalinga, ma sono girandolone  che si incontrano spesso in strada, alla fonte, nei prati, all'osteria, in chiesa. 
E così il Poeta alcune volte descrive i dialoghi infuocati fra le comari, le donne plebee, famose per non aver peli sulla linguaQuesta tipologia di donna, in tempi più recenti, è stata rappresentata nel cinema dalla grandissima Anna Magnani. Tre sonetti sono intitolati proprio alle "Le donne litichíne" (=litigiose) e.. qui chi più ne ha più ne metta.

Elemosine per l'incoronazione del papa
L'elemosina che si faceva in occasione dell'incoronazione di un nuovo papa permette al Poeta di presentarci uno di questi vivaci siparietti.
Per l'occasione si usava distribuire un'elemosina a tutti quelli che si presentavano nel cortile del Belvedere in Vaticano.
Belli, contrarissimo a ogni tipo di umiliante elargizione, ci fa rivivere una scenetta ambientata tra le donne plebee, in fila con la prole, per accaparrarsi una moneta utile al bilancio familiare.  

Già in altro sonetto aveva denunziato gli imbrogli che connotavano tale operazione (Leggi qui >)

Lite tra le donne in fila per l'elemosina
Il dialogo tra le donne romane parte sui toni alti della lite. La prima donna che parla non capisce perchè solo all'altra è stato dato un paolo (moneta), l'altra risponde che è incinta. Ma la prima non ci crede, e così si passa alle ingiurie vorticose sotto forma di domande incalzanti nella seconda quartina. 
Poi però l'atteggiamento cambia, perchè la seconda donna confessa di avere ingannato le autorità, mettendosi un cuscino per fingere di avere la pancia; e allora la prima si rammarica che l'altra non le abbia suggerito la medesima idea. Il dialogo si presenta vivace e si passa, con pochi tratti, dalla rabbia all'insolenza alla complicità al rammarico.

Er grosso a Bbervedé 1
«Io un grosso, tu un grosso, quella un grosso,
e pperché sta vecchiaccia de San Zisto 2
ha da avé avuto un pavolo, pe ccristo?
Pe li bbell’occhi sui cor cerchio rosso?»
«Che! ssete sceca? 3 Nu l’avete visto
ch’ero gravida?» «Tu, rrospa de fosso?!
Co cqueli quattro carnovali addosso?
E cchi tte porti in corpo? L’anticristo?»
«Zzitta llí, bbrutta serva de Pasquino.
Ggià ho ttrentun’anno solo; eppoi, sorella,
oggni donna pò mméttese 4 un cusscino».
«Quann’è cquesto eri gravida sicuro.
Dímmelo a ttempo, ché, ssibbè 5 zzitella,
sta gravidanza la trovavo io puro». 6
30 marzo 1836

[Versione. IL GROSSO AL BELVEDERE. "Io un grosso, tu un grosso, quella un grosso, e perchè questa vecchiaccia del san Sisto deve avere un paolo, per Cristo? Per i suoi begli occhi suoi cerchiati di rosso?"
"Che siete ceca? Non avete visto che ero gravida?"  "Tu rospa di fosso? Con quei quattro stracci addosso? E chi porti in  corpo l'AntiCristo?" "Stai zitta, brutta serva di Pasquino. Già ho solo 31 anni; e poi, sorella, ogni donna si può mettere un cuscino" "Dovevi dirmelo per tempo, che, perchè, sebbene zitella, una gravidanza la trovavo pure io"]
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NOTE. 1 Nell’anniversario dell’incoronazione del Pontefice regnante, si dispensa un grosso di argento a tutti che vadano a prenderlo nella gran corte di Belvedere in Vaticano. Le donne incinte hanno doppia largizione. 2 Chiamasi di S. Sisto un ospizio pe’ vecchi. Quindi alle persone molto annose dicesi vecchio o vecchia da S. Sisto. 3 Siete cieca? 4 Può mettersi. 5 Sebbene. 6 Pure.