03/04/18

G.G. Belli e le nuove invenzioni

A leggere tra le righe, alcuni sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli dimostrano tutta la curiosità del Poeta verso le novità, verso alcune invenzioni che  stavano per rivoluzionare la vita degli uomini: il pallone aereostatico, il piroscafo, il treno.
Belli aveva una notevole cultura classica, ma era anche attratto dalle scienze e leggeva i giornali di ambito romano e non solo. Inoltre era un accanito viaggiatore e proprio viaggiando probabilmente aveva potuto conoscere nuove diavolerie!!.
Perciò accanto ai sonetti che rappresentano la realtà della sua Roma, i mille siparietti delle strade e dei vicoli romani,  la vita e la povertà del popolo e le miserie morali dei potenti, Belli non ce la fa a non intervenire su temi che appunto dimostrano la sua conoscenza e nonostante metta in bocca al popolano, in cui si identifica, parole contrarie al progresso, in realtà Lui era favorevole alle "invenzioni moderne" e riportava solo posizioni retrive che circolavano nel sonnolento clima romano. 

nel 1831 scrive il sonetto intitolato Le cose nove, in cui nomina alcune invenzioni  che avrebbero rivoluzionato il modo di viaggiare. Si tratta del piroscafo a vapore, del treno e del pallone aerostatico.
Belli, come detto,  era anche un amante dei viaggi [clicca qui] e quindi non desta alcuna meraviglia che la sua attenzione sia proprio per le innovazioni di cui si parlava rivolte a questo importantissimo settore
Prima del 1831 aveva già visitato, oltre che vari luoghi delle Marche, Firenze, Milano, Bologna. E quindi probabilmente, ne aveva sentito parlare, ne aveva letto notizia sui giornali pubblicati a Roma (il famoso Cracas) , anche se non aveva visto in azioni queste nuove invenzioni, che nello Stato pontificio avrebbero comunque stentato a diffondersi.


Le cose nove 
Ma ttutte ar tempo nostro st’invenzione?! 
Tutta mó la corona je se sfila! 1 
P’er viaggià ssolo sce ne sò 2 ttremila! 
Pell’aria abbasta de gonfià un pallone; 
pe tterra curri scento mijja in fila, 
senza un cazzo 3 cavalli né ttimone; 
pe mmare sc’è una bbarca de carbone 
che sse 4 spiggne cor fume de la pila. 
Ma in quant’ar mare io mo dimannería 5 
s’oggi un cristiano co st’ingegni novi 
pôzzi scampalla 6 de finí in Turchia. 
Perché cquer palo che llaggiú tte covi 7 
poderebbe sturbatte 8 l’alegria. 
Ggià, ppaese che vai 8a usanza che ttrovi. 

Roma, 17 novembre 1831 - D’er medemo 

Note. 1 Sfilar la corona: metter fuori tutto di seguito. 2 Ce ne sono. 3 Affatto. 4 Si. 5 Dimanderei. 6 Possa scamparla. 7 Ti covi: Covare per «avere sotto». 8 Potrebbe sturbarti. 8a Aiu: trittongo alla maniera dei classici che fecero altrettanto; per esempio: Monosillabo: «un paio di calze di messer Andrea» (Berni); Dissillabo: «Farinata e il Tegghiaio che fur sì degni» (Dante); Trisillabo: «Non sia più pecoraio, ma cittadino» (Berni); «Perch’io veggio il fornaio che si prolunga» (Della Casa); Quadrisillabo: «Con un rinfrescatoio pien di bicchieri» (Berni), 

[Versione. Le cose nuove. Ma tutte queste invenzioni sono in questi tempi?! Tutte adesso si mettono fuori di seguito! Solo per viaggiare ce ne sono tremila! Per l'aria basta gonfiare un pallone; per terra corri cento miglia di seguito, senza cavalli ne timone; per mare c'è una barca di carbone che va avanti con il fumo della pentola (il piroscafo). Ma in quanto al mare io adesso domanderei se oggi un cristiano con questi nuovi marchingegni possa scampare di finire in Turchia. Perchè quel palo che laggiù (in Turchia) ti ritrovi sotto, potrebbe disturbarti l'allegria (allusione alla pena dell'impalatura cui i Turchi condannavano i cristiani). Già, paese che vai usanza che trovi.]

A proposito del treno.
G.G. Belli torna nuovamente a scrivere del treno nel 1843. Era ancora vivo il papa Gregorio XVI, contrario alla diffusione di questa invenzione rivoluzionaria, sebbene  il dibattito sulla questione ferroviaria fosse iniziato anche negli ultimi anni del suo pontificato, presso le alte gerarchie pontificie [clicca qui]

Nel sonetto Le carrozze a vvapore  il Poeta non fa altro che scagliarsi contro il terribile strumento, degno del demonio di cui il popolano parla con tanto sdegnato orrore. 
Belli però prende le istanze da uno dei tanti pregiudizi che circolavano nei confronti dei frutti della scienza moderna, nati nel sonnolento clima dello Stato pontificio e durante il  lungo pontificato del sor Gregorio, come lo chiamava G. G. Belli [clicca qui ]. 
Ricordiamo che la situazione si sbloccò solo nel 1857, durante il pontificato di Pio IX con la costruzione della Roma-Frascati, tratta ampiamente criticata all'epoca perchè, secondo alcuni, era stata costruita per favorire le scampagnate che il popolo faceva in questo luogo ameno. 
Sempre a proposito di Gregorio XVI e del suo no alle strade ferrate riportiamo un aneddotto.

« . . . il papa [Gregorio XVI] dopo che fu morto, postosi in viaggio per l'altro mondo, fu incontrato da San Pietro, a cui dimandò quant'altro cammino vi fosse per giungere in Paradiso. San Pietro gli rispose che vi era ancora un mese. Il Papa a tale notizia mostrò dispiacere perché si era già molto stancato e protestò che non poteva andare innanzi; ma San Pietro scarso di complimenti: Ben ti sta, gli aggiunse, potevi fare la strada ferrata e a quest' ora saresti già arrivato». 

Le carrozze a vvapore 
Che nnaturale! naturale un cavolo. 
Ma ppò èsse un affetto naturale 
volà un frullone com’avesse l’ale? 
Cqui cc’entra er patto tascito cor diavolo. 
Dunque mó ha da fà ppiú cquarche bbucale 
d’acqua che ssei cavalli, eh sor don Pavolo? 
Pe mmé ccome l’intenno ve la scavolo: 
st’invenzione è ttutt’opera infernale. 
Da sí cche ppoco ce se crede (dímo 
la santa verità) ’ggni ggiorno o ddua 
ne sentimo una nova, ne sentimo. 
Sí, ccosa bbona, sí: bbona la bbua. 
Si ffussi bbona, er Papa saría er primo de mette ste carrozze a ccasa sua. 

[Versione. Le carrozze a vapore. Quale naturale! Naturale per niente. Ma può essere un fatto naturale che un frullone (carrozza scoperta con quattro ruote e due sedili) voli correndo come se avesse le ali? Qui ci deve essere un patto tacito col diavolo. Dunque ora sarebbe più forte qualche boccale d'acqua che sei cavalli, eh, signor don Paolo? Per me, come la capisco, cosi ve la spiattello: questa invenzione è un'opera infernale. In tempi in cui si crede poco (diciamo la santa verità) ogni giorno o due ne sentiamo una nuova. Sì, cosa buona, sì: buona la bua (il dolore per i bambini). Se fosse buona il Papa sarebbe il primo a mettere queste carrozze a casa sua]
15 novembre 1843

27/02/18

G.G. Belli e il suo matrimonio

G.G.Belli - matrimonio 
A 25 anni, il 2 settembre 1816, Giuseppe Gioachino Belli sposò, senza amore,  la contessa Maria Conti, vedova  e di circa undici anni più anziana.
La vicenda che ruota intorno a questo matrimonio è densa di significati circa i rapporti fra uomo e donna in quel periodo. 
La donna sposa e madre
Nella società di quell'epoca vigeva il modello cattolico, basato sull’esaltazione della verginità e dell’universo conventuale, mentre per la donna il modello era esclusivamente quello della sposa e della madre, così come l’imitazione della purezza della Vergine diventava il centro dell’educazione femminile.
Ovviamente c'era una grande differenza fra la i diversi ceti sociali. Così mentre mentre fra i più ricchi, le donne erano ancora escluse da ogni attività lavorativa, nei ceti poveri urbani la diffusione del lavoro extradomestico salariato aveva creato una nuova figura sociale, quella della donna lavoratrici.  
Le prime dovevano seguire magiormente il modello tradizionale, basato sulla dipendenza economica e sull’aspirazione al matrimonio, istituzione cardine della società dell'800. 

Contessa Maria Conti e il primo matrimonio
Mariuccia Conti  era nata il 15 agosto 1781, da Valentino, stimato curiale romano, oriundo di Terni, e da Silvia Cerroti. Maria era figlia unica, ed era considerata una ricca ereditiera e quindi un ottimo partito.
All' eta' di 19 anni incontrò il conte Pichi, rampollo d’una antica famiglia marchigiana,  che si era trasferito a Roma per esercitare la professione forense. 
Come ogni figlia di famiglia, è facile presumere che aspirasse ad un buon matrimonio, e tale doveva considerarsi quello con il conte, tant'è che si giunse ben presto alle nozze il  30 giugno 1800, nella Chiesa parrocchiale di S. Maria in ViaGli sposi andarono ad abitare nel palazzo Boncompagni- Piombino gia' Spada Veralli, in piazza Colonna n. 213.
G.G.Belli -Moglie, 
contessa Maria Conti
Non fu un’unione serena quella con Giulio Pichi, Maria rimase incinta, ma il bambino nacque morto. 
Giulio poi aveva fama di godereccio ed in effetti in breve tempo aveva dilapidato il patrimonio della sua famiglia ed aveva cominciato a fare la stessa cosa con quello di Maria.  E l' avvento delle autorità imperiali francesi avevano messo Pichi- per le sue idee politiche- in seri imbarazzi finanziari, avendo egli perduto vari incarichi e appoggi. Ben presto,  si ammalò e cadde in stato di demenzaTale situazione, insieme ad una relazione extraconiugale, fini per creare una situazione insostenibile con la moglie.  
I due si separarono consensualmente e con accordo regolarono le rispettive posizioni(vedi istrumento del 13 nov. 1813, rogato dal Notaio Serpetti)

Maria  e il secondo matrimonio
La conoscenza fra Maria ContiBelli avvenne in qualche salotto letterario frequentato dalla vedova.
Lei aveva 36 anni,  lui 25.
Giuseppe Gioachino era un bel giovanotto e animava con le sue abilità poetiche in lingua alcuni ambiti salotti di Roma. Dalla conoscenza e dalla stima all'amore il passo fu breve e questo, nella vedova Pichi, dovette assumere un carattere di vera e propria passione
Essendo morto Giulio Pichi il 17 gennaio 1816,  tutto era più facile perchè Maria era vedova.
Anche per questo secondo matrimonio e  coronare il suo sogno d’amore, Maria Conti, donna coraggiosa e risoluta, dovette affrontare alcune difficoltà.
G.G.Belli
ritratto da giovane
Dapprima il rifiuto dello stesso orgoglioso Belli, a causa delle sue condizioni di indigenza, in confronto alla notevole fortuna della Conti.  
Accettò infatti solo dopo che Mariuccia ebbe ottenuto, dal Card. Consalvi, tramite l'amica Principessa di Piombino, un modesto impiego governativo, che gli avrebbe permesso una ruolo dignitoso accanto alla consorte benestante. 
Ma sopratutto erano contrari i genitori di lei, sia per la differenza di eta', sia per le condizioni finanziarie del giovane.
Il matrimonio venne celebrato segretamente il 12 settembre 1816 nella Parrocchia di S. Maria in Via. Le malelingue  a Roma  commentarono che il giovane poeta “aveva appiccato il cappello”. Tanto più che Giuseppe G. in abbondanza aveva solo i nomi di battesimo, ma per il resto era ricco solo di fascino e savoir faire
Maria, rimasta incinta dopo un mese, si getto' col marito alle ginocchia della madre, che si commosse e benedisse entrambi; piu' difficile fu ottenere il perdono dal padre, che all' epoca si trovava a Terni.
Queste che seguono sono le parole riferite dalla suocera: Belli pareva il figliol prodigo e mi disse: Io non volevo; saro' sempre figlio e servitore: Mariuccia l' amo come moglie, la rispetto come madre e mia benefattrice".
Alla fine il padre dovette piegarsi e così Belli andò ad abitare presso la famiglia Conti nel bell'appartamento al secondo piano di Palazzo Poli.
Qui il Poeta, insieme a moglie, suoceri,  zio avvocato e poi al figlio Ciro rimase per  quasi 21 anni,  fino al 1837 quando la moglie morì improvvisamente a 46 anni e così si ritrovò in nuovi dissesti finanziari. 

Maria Conti,  donna anticonfomista e coraggiosa
Mariuccia Conti dai suoi contemporanei è descritta come una donna non bella ma ".. di pronto ingegno, franchissima parlatrice" e molto paziente.... Oltre a ciò era benestante e unica ereditiera della sua famiglia. 
Analizzando dunque le vicende di cui è protagonista, questa donna si dimostra anche anticonformista e coraggiosa, rispetto al molti vincoli imposti alle donne dei suoi tempi.
In primis si separò dal primo marito Conte Pichi, non accettando con rassegnazione un matrimonio infelice. 
Poi, innamoratasi di un uomo molto più giovane, squattrinato e non appartenente alla stessa classe sociale,  nonostante l'opposizione della sua famiglia, lo sposò segretamente. 
G.G.Belli, Fontana di Trevi
costruita su palazzo Poli
E pur di risposarsi, grazie ai suoi potenti conoscenti, Mariuccia riuscì a imbucare Giuseppe Gioacchino nell'amministrazione pontificia con un modesto impiego, in modo però da dargli la dignità del lavoro,  allontanando così la fama di  "mantenuto" dalla ricca e matura consorte. A questo punto è auspicabile pensare che Belli di fronte a tutto questo amore, sdevozione, pazienza  non sia stato del tutto indifferente e che  sia rimasto perlomeno riconoscente a Mariuccia. 

Giuseppe G. e Mariuccia dopo il matrimonio
Analizzando la storia successiva al matrimonio, intravediamo che il rapporto fra marito e moglie assume dei risvolti un pò diversi. 
Mariuccia, divenuta la signora Belli entrò sempre di più nel ruolo di moglie/madre/figlia devota, che i modelli dell'epoca favorivano. 
Non sappiamo quanto a suo agio!!!
Dalle numerose lettere che Giuseppe G. le inviò, durante i suoi tanti viaggi, vediamo che la consorte non accompagna mai il marito sia nei viaggi di piacere, che in quelli fatti per curarne gli interessi  (nelle Marche sopratutto). 
Mariuccia  risulta sempre più impegnata in beghe domestiche a Roma, tanto da trascurare anche la sua salute. 
Come madre premurosa accudisce il figlio Ciro nato nel 1824, e da figlia devota si occupa degli anziani genitori  e lo zio avvocatoche abitano nello stesso lussuoso appartamento a Palazzo Poli.
Giuseppe G. è amante dei viaggi e sembra cogliere ogni occasione per allontanarsi dal menàge romano, trascurando spesso anche il compleanno della consorte!! E' quindi spesso lontano, e i viaggi sono anche occasione per frequentare altre donne!!
E' vero però, che nonostante la lontananza in occasione del compleanno della moglie non dimentica di inviare auguri, o scrivere sonetti o poesie in italiano o di invitare la moglie ad organizzare qualcosa con i suoi amici (vedi le congratulazioni per la serata di poesia organizzata da Mariuccia). 

Donna romana
Spesso in questi viaggi ricorrenti è costretto a occuparsi di faccende economiche, molto molto lontane dai suoi interessi letterari.
Comunque, forse perchè si era reso conto che il patrimonio della moglie non era così favoloso come si voleva far credere, si impegna nelle beghe marchigiane e alle volte mostra una buona conoscenza del codice civile.
Però, a differenza di quello che spesso imponeva la società dell'epoca, sembra dipendere dalla moglie sia per quanto concerne la gestione di denaro, che per le sue spese per vestiario e varie, nonchè per le decisioni da prendere circa questioni economiche legate ai beni territoriali nelle Marche. 
Non va dimenticato infatti che in quell'epoca le donne coniugate, sottoposte all’autorità maritale, venivano private dell’esercizio di qualsiasi diritto che implicasse un’azione nello spazio pubblico (non solo operazioni commerciali e aperture di conti bancari, ma anche l’iscrizione all’università o la richiesta del passaporto). 

Anche per le tante occasione mondane, per le serate passate nei teatri di Roma  e di altre città che tanto interessavano il marito, Mariuccia sembra non accompagnarlo mai mentre è più impegnata in associazioni di volontariato. 
Insomma una moglie perfetta...E quando Mariuccia morì Belli scrive queste commosse parole: «Ella mi era tutto: moglie, amica, madre, consolatrice amorosissima. Tutto mi è mancato con Lei » 

I sonetti scritti per la moglie
In occasione di due compleanni di Mariuccia, nata il 15 agosto,  Belli scrive due Sonetti. Il tono però di entrambi non è affatto romantico, o encomiastico, o  allegro, come ci si aspetterebbe  visto che il pretesto è una lieta ricorrenza. 
In entrambi il tono è amaro, e sembra come  che Belli sia preso dal ricordo  rabbioso del suo stato di indigenza passato, che non gli avrebbe mai permesso di fare un regalo alla moglie a causa della mancanza di soldi.

Pe la Madonna de l’Assunta festa e Comprïanno 1 de mi’ mojje.
Mojje mia cara, a sto paese cane 
nun ze trova nemmanco a fà a sassate; 2 
e cquanno hai crompo 3 un moécco 4 de patate, 
fai passo ar vino e cquer ch’è peggio ar pane. 
Io pisto er pepe, sòno le campane, 
rubbo li gatti, tajjo l’oggna 5 a un frate, 
metto l’editti pe le cantonate, 
cojjo 6 li stracci e agliuto le ruffiane. 
Embè lo sai ch’edè cche cciariscévo? 7 
Ammalapena pe ppagacce 8 er letto: 
anzi, a le du’ a le tré, 9 spallo 10 e cciarlèvo. 11 
Duncue che tt’ho da dà, ppòzzi èsse santa? 
Senza cudrini 12 ggnisun chirichetto disce 
G.G. Belli, busto 
collocato al Pincio 
Dograzzia e ggnisun ceco canta. 
Roma, 15 agosto 1830 - De Peppe er tosto 

NOTE - 1 Compleanno. 2 Non si trova ad occuparsi in nulla. 3 Comperato. 4 Baiocco. 5 Le unghie. 6 Raccolgo. 7 Cos’è che ci ricevo? 8 Pagarci. 9 Sovente. 10 Do in fallo. 11 Arlevarci: toccar busse. 12 Quattrini. 

[Versione. Per la Madonna dell'Assunta festa e compleanno di mia Moglie.
Moglie mia cara, in questo paese cane non si trova ad occuparsi di nulla; e quando hai comperato un baiocco di patate rinunci al vino e quel che è peggio al pane. Io pesto il pepe, suono le campane, rubo i gatti, taglio le unghie a un frate, metto gli editti nelle cantonate, raccolgo gli stracci e aiuto le ruffiane. Ebbene sai cosa ricevo? a malapena  per pagarci il dormire: anzi alle due e alle tre sballo e ci rimetto. Dunque che cosa ti posso dare, potessi essere santa? Senza quattrini nessun chierichetto dice Deo Gratias e nessun cieco canta.


A mmi’ mojje ch’è nnata oggi, e sse chiama come che la Madonna 
Ber vive 1 a ffuria de slongà la zampa, 
e a la bbotte dell’antri èsse immriaca! 
Ma er verbo arigalà, 2 sora sciumaca, 3 
mo nun sta ppiú in gnisun libbro de stampa. 
Antro che cchi ha ppiselli 4 adesso campa: 
chi nun ce ll’ha caca de magro, caca. 
Er zor Donato è mmorto; 5 e, si ddio scampa 214 
s’ha da dà, sto da dà 6 ssa de triaca. 7 
Oggi è la festa vostra? Ebbè ppe cquesto 
m’averìa da impegnà lle mmannoline 8 
pe ffà un rigalo a vvoi? Sicuro, è llesto! 
Nu lo sapete che sse sta ar confine? 
Duncue Iddio ve dia bbene, e ppoi de resto
millant’anni e antrettante cuarantine. 
15 agosto 1832
-------------
1 Bel vivere. 2 Regalare. 3 Ciumaca, termine carezzativo. 4 Danari. 5 Proverbio. 6 Si ha da dare, questo dare, ecc. 7 Teriaca. 8 Mandoline, per genitali. 
Roma, 15 agosto 1832 – Der medemo 

[Versione. A mia moglie che è nata oggi e si chiama come la Madonna. 
Bel vivere a furia di allungare la mano, e essere ubriaca alla botte degli altri! Ma il verbo regalare, signora lumaca, adesso non sta in nessun libro stampato. Solo chi ha denari adesso vive: Chi non ce li ha spende poco. Il sor Donato (nel senso di regalare) è morto; e se, dio ne scampi, si ha da dare, questo dare è di teriaca.
Oggi è la festa vostra? Ebbene per questo mi dovrei impegnare i genitali per fare un regalo a voi? Sicuro e di fretta! Non lo sapete che si sta agli sgoccioli? Dunque Iddio vi dia bene, e poi mille anni e altrettante quarantanni.



2136. Er marito de ggiudizzio 
Ôh, er mi’ padrone poi, sora Scescijja, 1 
verbo corna s’ammaschera da tonto. 2 
Lui se n’essce da cammera onto-onto, 3
serra l’occhi, e vva ttutto a mmaravijja. 
Nun è omo d’avello 4 pe un affronto, 
si ssenza corpa sua cressce famijja. 
Le cose tutto sta cchi sse ne pijja, 
e ggnente dole mai si ttorna conto. 
Abbiti, argenterie, casa a ppalazzo, carrozze, 
servitú, ppranzi in campaggna... 
lui vede tutto e nnun dimanna un cazzo. 
La providenza viè? llui l’arisceve. 
Er camminuccio fuma? e cquello maggna. 
La funtanella bbutta? e cquello bbeve. 
2 aprile 1846 
1 Cecilia. 2 Fa lo gnorri. 3 «Lemme-lemme», come dicono i toscani. 4 Averlo. 

18/02/18

G.G. Belli e il freddo

Nella Roma del Poeta Belli d'inverno si pativa il freddo.
Nelle epoche passate la situazione era addirittura più grave, in quanto almeno fino al 1368 nella città dei papi ci sono testimonianze che raccontano che non si trovavano camini nella maggior parte delle abitazioni. 
Allo stesso Giuseppe Gioachino Belli viene attribuita fama di freddoloso..ma chi in quelle epoche poteva non esserlo?
E così via con mantelli, ferraioli o tabarri che dir si voglia...

Il camino
I camini rappresentavano comunque un vero e proprio oggetto di lusso dai costi non certo indifferenti. E tali rimasero per le casupole abitate dal popolino.
Per le dimore signorili il caso era diverso..ma comunque il freddo si faceva sentire ovunque
Anche la presenza del camino spesso non bastava a riscaldare le grandi dimore come ad esempio il grande appartamento a palazzo Poli, dove Belli visse dopo il suo matrimonio con la contessa Maria Pichi. Il palazzo è lo stesso dove da un lato fu costruita la facciata monumentale di fontana di Trevi. 

Scaldini, scaldaletto e bracieri
Oltre al bel sonetto intitolato L'inverno, dove il Poeta mostra tutta la sua avversione per questa stagione, segue un altro sonetto dedicato agli strumenti allora a disposizione per contrastare il freddo come l'economico scaldino
Oggetto diffussissimo, in varie forme e materiali, aiutava a scaldarsi, anche per  salvarsi dai maledetti geloni... 
Così c'era lo scaldino portatite, che serviva soprattutto a riscaldare le mani o altre parti del corpo,  e quelli per scaldare il letto, che poteva essere veramente ghiacciato, anche a causa dell'umidità che a Roma, anche a causa del Tevere, non mancava mai.  A Roma il tipo fisso, a differenza dello scaldaletto che si passava fra le lenzuola prima di coricarsi, aveva l'ambiguo nome di prete (in altre regioni monaca..). E poi si utilizzavano i bracieri, ancora oggi in  uso in alcuni zone arretrate, per riscaldarsi.  
Il sistema utilizzato prevedeva di riempire di legna un braciere o contenitore, che inizialmente doveva essere messo all'aperto a causa del fumo, quindi si aspettava che la legna bruciando si trasformasse in brace e allora via a riempire scaldini e scaldaletti... mentre il braciere rientrava in casa per riscaldare stanze e persone sedute intorno. 
Soprattutto il popolo, che per i mestieri che faceva viveva quasi sempre all'aria aperta, pativa il freddo sia nelle casupole in cui mancava il riscaldamento, sia per strada e davanti alle botteghe aperte, o ai banchi del mercato
E così per riscaldarsi aveva la pericolosa abitudine di far ardere il fuoco in mezzo alle case, in terra, o dentro a cassoni ripieni di terra. Per tal motivo le strade, soprattutto quelle secondarie, dovevano spesso essere piene di fumo, che non potendo sprigionarsi di sopra ai tetti, danneggiava l'aria e i prospetti delle case, contribuendo a dare alla città quella tinta scura apprezzata da romani e forestieri, definita severa. 
In uso fino a '900 inoltrato, come braciere si utilizzavano anche economici contenitori di alluminio dove mettere la legna da ardere e..sembrava così di stare davanti a un caldo camino (vedi foto all'inizio di E. Gentilini).

I sonetti
Il primo sonetto è dedicato  all'inverno, che Belli definisce senza mezzi termini una stagione "porca". belli utilizza qui il termine giannetta per indicare  Il vento freddo e pungente di tramontana
Interessante notare che anche in quel tempo la fontana del Tritone, come in questi giorni freddi, si ghiacciava... 
Il secondo è dedicato allo scaldino negli ultimi versi contiene un riferimento ad un episodio biblico,  mentre il terzo al prete, nel senso di scaldaletto 
A proposito del sonetto sul prete, qui la satira si fa feroce contro il vecchio prete, che nonostante l'età, giocando sul doppiosenso fa una proposta oscena alla donna, che grazie alla prontezza tipica delle donne romane risponde per le rime....

868. L’inverno 
Sí, ppe vvoantri 1 è un’invernata bella 
ma ppe mmé ’na gran porca de staggione. 
Io so cche co sto freddo bbuggiarone 
nun me pòzzo 2 fermà lla tremarella. 3 
Fischia scerta ggiannetta 4 ch’er carbone 
se strugge come fussi carbonella. 5 
E annate a vvede 6 un po’ cche bbagattella 
de zazzera c’ha mmesso Tiritone. 7 
Sempre hai la goccia ar naso, e ’r naso rosso: 
se sbatte le bbrocchette 8 che ttrabballi: 
tramontane, per dia, 9 ch’entreno all’osso: 
stai ar foco, t’abbrusci e nnun te scalli: 
se’ iggnudo avessi 10 un guardarobba addosso... 
E cchiameno l’inverno? bbuggiaralli! 

Roma, 7 febbraio 1833 
Note - 1 Per voi altri. 2 Posso. 3 Tremito. 4 Brezzolina acuta. 5 Carbone leggero, formato con le legna spente de’ forni. 6 Andate a vedere. 7 Al Tritone, che getta in saliente di acqua a Piazza Barberini, si copre il capo nei grandi freddi come di una parrucca di ghiaccio. 8 Lo sbattimento degli ossi dei ginocchi l’un contro l’altro. 9 Per dia, invece di per dio. Transazione tra il vizio e lo scrupolo. 10 Sei ignudo, se pure avessi, ecc. 

Versione. Per voi sarà pure una bella invernata, ma per me è una stagione pessima. Io che con questo freddo dannato non posso fermare i brividi. Fischia una certa tramontana, e il carbone frigge come carbonella. E andate a vedere che razza di parrucca ha messo il Tritone [della fontana del Bernini, in piazza Barberini]. Hai sempre la goccia al naso e il naso rosso: sbatti le gambe e traballi: tramontane, per dio, che entrano nelle ossa: stai vicino al focolare, ti scotti ma non ti riscaldi: ti senti nudo anche se hai un intero guardaroba addosso… E desiderano l’inverno? Ma vadano alla malora! 

925. Li scardíni 1

1 Brungia! 2 E cco cquella pelle de somaro,
che sséguiti a ddormí ssi tte s’inchioda,
fai tanto er dilicato? Ih, un freddo raro!
nun ze trova ppiú un cane co la coda!

Ma ccazzo! Semo ar mese de ggennaro:
che spereressi? 3 de sentí la bbroda? 4
L’inverno ha da fà ffreddo: e ttiell’a ccaro
ch’er freddo intosta 5 l’omo e ll’arissoda 6

E ss’hai ’r zangue de címiscia 7 in der petto,
de ggiorno sce sò 8 bbravi scardinoni da potette 9 arrostí ccome un porchetto;
e dde notte sce sò ll’antri foconi
c’addoprava er re Ddàvide in ner letto

pe ppijjà cco ’na fava du’ piccioni. 10


Roma, 21 febbraio 1833 
Versione. Gli scaldini. Fregna! E con quella pelle dura, che continui a dormire anche se ti si inchioda, fai tanto il delicato. Ih che freddo raro! Non si trova più un cane con la coda. Ma cazzo! siamo a gennaio: che spereresti? di sentire aria calda? L'inverno deve fare freddo: e tieni in considerazione che il freddo indurisce l'uomo e lo rassoda. E se hai sangue di cimice nel petto ( cioè hai freddo) di giorni ci sono bravi scaldini che ti possono arrostire come un porchetto; e di notte ci sono altri bracieri, che adoperava re David nel letto per prendere una fava con due piccioni (Si riferisce a un episodio biblico sul vecchio re David, che non riusciva a scaldarsi e perciò gli procurarono una giovane vergine per giacere con Lui e scaldarlo ma..il re troppo vecchio non la conobbe e..quindi prese solo un piccione...)

Scaldaletto
chiamato Prete
Note - 1 Caldani: caldanini. 2 Questa interiezione si adopera allorché alcuno si pone in sullo squisito. Il vocabolo è così alterato sulla stessa alterazione volgare di bruggna (prugna) per imitare la ricercatezza o la pretensione del beffeggiato. 3 Spereresti. 4 Aria calda. 5 Indurisce. 6 Lo rassoda. 7 Cimice. 8 Ci sono. 9 Poterti. 10 Proverbio.


751. Er prete 
Jeri venne da mé ddon Benedetto
 pe ffamme 1 arinnaccià cquattro pianete;
 e vedenno un riarzo drent’ar letto, 
me disse: «Sposa, 2 cqua cche cce tienete?
 Io j’arispose che cciavevo er prete 3
 pe nnun stamme 4 a addoprà llo scallaletto;
 e llui sce partí 5 allora: «Eh, ssi 6 vvolete,
 sò pprete io puro»: e cqua fesce l’occhietto. 
Capite, er zor pretino d’ottant’anni
 che stommicuccio aveva e cche ccusscenza
 cor zu’ bbraghiere e cco li su’ malanni?
 Ma ssai che jje diss’io? «Sora schifenza, 
che ccercate? La freggna che vve scanni? 
Io non faccio peccato e ppinitenza». 
Rona, 15 gennaio 1833 

Note- 1 Farmi. 2 Pronunciata con la o chiusa. 3 Utensile di legno, mercé il quale si sospende un caldanino fra le coltri del letto. 4 Starmi. 5 Partirci vale quasi: «prendersi una libertà di dire o di fare»; e simile verbo si pronuncia con un tal suono di ironia. 6 Se. 

Versione. Il prete. Ieri venne da me don Benedetto per farmi riparare quattro pianete; e vedendo il rialzo dentro il letto, me disse " Sposa, qua che cosa ci tenete? Io risposi che ci avevo il prete per non adoperare lo scaldaletto ( strumento metallico pieno di brace che si muoveva nel letto) e alllora " eh sw volete, sono prete anche io" e qua feve l'occhietto. Capite, il sor pretino di ottanta anni che stomacuccio aveva e che coscienza col suo cinto ernario e co i suoi malanni? Ma sai che gli dissi io? " sora schifezza, che cercate? La vagina che vi uccida? Io non faccio peccato e penitenza".

06/02/18

G.G. Belli e le conseguenze del carnevale


A Romail popolo, i nobili, il clero aspettavano tutti il Carnevale perchè:
 «Semel in anno licet insanire».(=una volta all'anno è lecito impazzire).

E così per alcuni giorni la Chiesa consentiva di trasgredire le rigide norme di ordine pubblico, anche se le macchine di tortura, la «corda» e il «cavalletto» erano ben esposte come monito a non esagerare.  

Balli, feste, travestimenti  e anche competizioni.  Nonostante i bandi e gli avvisi papali che cercavano di  regolamentare il carnevale, migliaia di persone di tutte le estrazioni sociali si riversavano in piazza con una grande voglia di trasgressione e ..per dare vita ad uno spettacolo improvvisato. 
Ricchi, poveri, ecclesiastici, e.. anche donne con maschere stravaganti si mischiavano nella folla, dimenticando ogni gerarchia sociale. 

Solo alle prostitute era vietato mascherarsi. E da una certa epoca anche agli ecclesiastici.. 
In questi giorni ci si prendeva gioco di tutto e tutti, anche delle autorità pontificie e non solo! 
Tutto era concesso, un intervallo dai pesanti schemi che la vita quotidiana dell'epoca imponeva. 
Insomma per otto giorni era sconvolto ogni ordine sociale e religioso.


Maggiore libertà sessuale nel Carnevale

E le conseguenze di quei giorni di totale follia ce le suggerisce Giuseppe Gioacchino Belli, che del Carnevale romano doveva essere un attento osservatore.
Fra i vari Sonetti dedicati agli eventi che caratterizzavano questa festa, nel 1837 Belli scrive un irriverente sonetto dedicato indirettamente al carnevale e alla.. libertà sessuale che i Romani vivevano in quel periodo dell'anno.

In prossimità dell'imminente parto della moglieun marito preoccupato cerca la mammana, cioè la levatrice.
La mammana però non si trova e al suo posto risponde la vicina pettegola, che con la solita schiettezza tutta romana, riferisce quanto la mammana sia indaffarata per le molte nascite a cui la stessa deve assistere, e che avvenivano tutte proprio in quel periodo.
Perchè si chiede il marito meravigliato?   
Allora la maliziosa vicina risponde con un interessante congettura:  l'incremento delle nascite avveniva nel mese di novembre, perchè nove mesi prima, all'inizio di febbraio, si era festeggiato il Carnevale e in quel clima di assoluta libertà aumentavano anche i rapporti sessuali leciti e ..non in tutte le classi sociali. 
Il risultato era un notevole aumento delle gravidanze e di conseguenza anche  un aumento del lavoro per le levatrici.
Da notare poi che le donne romane  nel periodo in cui scrive il poeta  nonostante la gravidanza lavoravano fino al parto, perchè la donna gravida del sonetto, quando si rompono le acque, si trovava alla fontana a prendere l'acqua o a lavare i panni.  


La Mammana in faccenne 

«Chi ccercate, bber fijjo?» «La mammana».
«Nun c’è: è ita a le Vergine a rriccojje».
«Dite, e cquanto starà? pperché a mmi’ mojje
je s’è rrotta mó ll’acqua ggiú in funtana».
«Uhm, fijjo mio, quest’è ’na sittimana
che jje se ssciojje a ttutte, je se ssciojje.
Tutte-quante in sti ggiorni hanno le dojje:
la crasse arta, la bbassa e la mezzana».
«E cche vvor dì sta folla?» «Fijjo caro,
semo ar fin de novemmre; e ccarnovale
è vvenuto ar principio de frebbaro.
Le donne in zur calà la nona luna
doppo quer zanto tempo, o bben’o mmale
cqua d’oggni dua ne partorissce una».



31 gennaio 1837,[Versione. La levatrice affaccendata. "Chi cercate, bel figliolo?" La levatrice". "Non c'e': e' andata a via delle Vergini per un parto". "Dite, e quanto stara'? perche' a mia moglie si sono rotte le acque giu' in fontana". "Uhm, figlio mio, questa e' una settimana che si scioglie a tutte, si scioglie. Tutte quante in questi giorni hanno le doglie: la classe alta, la bassa e la media". "E che vuol dire questa folla (di partorienti)?" "Figlio caro, siamo alla fine di novembre; e carnevale e' venuto al principio di febbraio. Le donne alla fine del nono mese dopo quel santo tempo (del carnevale), o bene o male qua (a Roma) ogni due ne partorisce una.]



02/02/18

G.G. Belli e la festa della Candelora


il 2 febbraio è la festa detta della Candelora,  una festività cattolica che si porta dietro anche una serie di proverbi popolari, decisamente legati con la meteorologia.
La Candelora, per la sua collocazione a "mezzo inverno", viene presa in considerazione dalle varie tradizioni popolari tramandate da generazioni, come momento che permette di prevedere cosa potrebbe riservare la seconda parte della stagione fredda
Particolarmente famoso a Roma è il detto che segue: 

Quanno viè la Candelora da l'inverno sémo fóra, ma se piove o tira vènto, ne l'inverno semo dentro

In sostanza, sulla base di questa tradizione, la Candelora sancirebbe la fine dell'inverno, a meno che il meteo non sia piovoso o ventoso

La festa religiosa
Il 2 febbraio è una data importante anche per la Chiesa cattolica, in quanto si festeggia la presentazione di Gesù al tempio
La festa è popolarmente detta della Candelora, perchè in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo come luce del mondo.
Per un periodo questa festa era dedicata alla Purificazione della SS. Vergine Maria, in ricordo del momento, narrato al capitolo 2 del Vangelo di Luca, in cui Maria, in ottemperanza alla legge ebraica, si recò al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della sua purificazione. 
La riforma liturgica del 1960 ha restituito alla celebrazione il titolo di"Presentazione del Signore", che aveva in origine. Secondo l'usanza ebraica, infatti, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per 
purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù. Anticamente questa festa veniva celebrata il 14 febbraio (40 giorni dopo l'Epifania). 
Inoltre la festa cristiana della Candelora ha moltissimi legami con una precedente festa pagana

La Candelora nei Sonetti di Belli.
Questa festa doveva essere veramente molto sentita nella Roma del Belli, che nei suoi versi varie volte tocca questo argomento, a cominciare proprio da un sonetto intitolato così:

Er dua de frebbaro 1
Uh! cch’edè 2 ttanta folla a la parrocchia? 
Perch’entri tutta eh! nunn j’abbasta un’ora.
E in sta cchiesa piú cciuca 3 d’una nocchia 
sai cuanti n’hanno da restà de fora! 

Senti, senti la porta come scrocchia! 4
Guarda si 5 ccome er gommito lavora!
Ma pperché ttanta ggente s’infinocchia 6
drento? Ah è vvero, sí, sí, è la cannelora.

Ecco perché er facchino e ffra Mmicchele
usscirno dar drughiere 8 co una scesta 9
jeri de moccoletti e dde cannele.
Tra ttanta divozzione e ttanta festa

tu a ste ggente però llevejje er mele 10
de la cannela, eppoi conta chi rresta.
Roma, 2 febbraio 1833

Note -1 Febbraio. 2 Che è. 3 Piccola. 4 Scricchiola. 5 Se. 6 Si caccia. 7 La Candelaia: festa della Purificazione della Vergine. 8 Droghiere. 9 Cesta. 10 Levagli (leva loro) il dolce, l’utile, etc. 

(Versione. Uh. Che che è tanta folla in parrocchia? Perchè entri tutta non basta un'ora. E in questa chiesa più piccola di una nocchia sai quanti dovranno restare fuori! Senti, senti la porta come scricchiola!Guarda come il gomito lavora! ma perchè tanta gente si caccia dentro? A è vero, si si è la Cnadelora. Ecco perchè il facchino e fra Michele uscirono dal droghiere con una cesta ieri di moccoletti e di candele. tra tanta devozione e tanta festa tu a sta gente togli il miele della cannella, e poi conta chi rimane.)
Cosa vuole dire negli ultimi versi? Come al solito, Belli denuncia l'ipocrisia. La folla è dovuta al fatto che in tale occasione a ogni fedele veniva consegnata una candela gratis...ed ecco svelato il perchgè di tanta folla..)

Il Belli, che sicuramente era freddoloso e non amava l'inverno...torna in un altro sonetto sulla Candelora, qui con un preciso riferimento metereologico. Si ribadisce che il 2 febbraio era considerata una giornata importante, perchè poteva decretare la fine dell'odiato inverno e comunque cominciava ad assaporare l'approssimarsi di Marzo, quando si poteva ricominciare a stare all'aperto giocando alla passatella. 
L'inverno poi in quelle epoche in cui le case erano poco riscaldate si portava dietro: geloni, catarro e altri fastidiosi malanni...

Er tempo bbono

Dimani, s’er Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora. 1
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c’oramai de l’inverno semo fora. 

Armanco sce potemo arzà a bbon’ora,
pe annà a bbeve cuer goccio d’acquavita.
E ppoi viè Mmarzo, e se pò stà de fora
a ffà ddu’ passatelle3 e una partita.

St’anno che mme s’è rrotto er farajolo,
m’è vvienuta ’na frega 4 de ggeloni
e pe ttre mmesi un catarruccio solo..

Ecco l’affetti5 de serví ppadroni
che ccommatteno er cescio cor fasciolo, 6
sibbè, a sentilli,7 sò ricchepulloni.8
In legno, da Morrovalle a Tolentino: - D’er medemo 28 settembre 1831
(Versione. Il tempo buono. Domani se il Signore ci da vita, vedremo spuntare la Candelora. Signora neve, sta bufera è finita, perchè oramai l'inverno è finito. Neanche ci possiamo alzare presto, per andare a bere qualche goccio di acquavite.E poi viene Marzo, e si può stare fuori a fare due passatelle una partita. Quest'anno che mi si è rotto il ferraiolo ( mantello), mi sono venuti una gran quantità di geloni e per tre mesi solouna catarro...Ecco gli effetti dei servi padroni che combattono il cecio col fagiolo, sebbene a sentirli so ricchi epuloni.

 Note. 1 La Candelaia. 2 Dicesi in Roma: Quando vien la Candelora , dall’inverno siamo fuora; lo che con altri due mesi di giunta si verifica sempre. 3 Specie di giuoco, che consiste nel ber vino: vino che sì e chi no, con certe leggi. 4 Una gran quantità. 5 Effetti. 6 Combattere il cecio col fagiuolo: essere di assai magre fortune. 7 Sentirli. 8 Ricchi Epuloni: frase tolta dal Vangelo.