13/09/17

7 settembre 2017 - Omaggio per il compleanno di G.G.Belli



Come ogni anno, il 7 settembre si ricorda la data di nascita del Poeta romanesco Belli
Per il 2017,  lo scenario in cui è stata organizzata l'annuale manifestazione era veramente significativo: palazzo Poli non solo per la sua bellezza ma un luogo, per chi ama  Roma e Belli, intriso di significati.
Palazzo Poli
Il palazzo, su cui poggia la costruzione della Fontana di Trevi, è il risultato di diverse fasi costruttive. Il nucleo più antico, con fronte su piazza di Ceri, terminato nei primi anni del XVII secolo, fu commissionato dal duca di Ceri, che nel 1566 aveva acquistato il palazzo Del Monte ubicato in quell’area. 
L’incarico di costruire il nuovo edificio, inglobando anche proprietà vicine, fu dato all’architetto Martino Longhi, il vecchio e, alla sua morte, a Ottaviano Mascherino.
Dopo ulteriori ingrandimenti effettuati dalla famiglia Borromeo, eredi della proprietà Ceri, il palazzo fu acquistato nel 1678 da Lucrezia Colonna, poi sposa di Giuseppe Lotario Conti, duca di Poli, da cui il nome del palazzo. 
Piazza Poli 
nel secolo XIX
A lui, fratello del papa Innocenzo XIII, infatti, si devono altri importanti ampliamenti e l’acquisto degli edifici adiacenti al suo palazzo con fronte sulla piazza di Trevi: il palazzetto già Schiavo dei Carpegna e la casa dell’Arte della Lana, già Vitelleschi. 
Stefano Conti, figlio di Giuseppe Lotario, compì i lavori di ristrutturazione delle nuove parti inglobate, estendendo il palazzo ai definitivi confini, fino alla piazza di Trevi, fra il 1728 e il 1730, poco prima dell’inizio dei lavori per la nuova fontana del Salvi, nel 1732.
Nel 1808, alla morte di Michelangelo Conti, senza figli, il palazzo passò alla nipote Geltrude, sposa di Francesco Sforza Cesarini, il quale già nel 1812 lo vendette a Luigi Boncompagni Ludovisi

Dopo poco più di 70 anni, la proprietà fu venduta ai costruttori Belloni, Basevi e Vitali, che stravolsero la parte più antica dell’antico palazzo Ceri, già parzialmente distrutta per i lavori di via del Tritone.
Nel 1888 il Comune di Roma espropriò la porzione ancora integra del palazzo Poli per salvaguardare la fontana e l’edificio fu destinato ad ospitare uffici, inizialmente della Sezione del Tribunale Civile, poi dalla Provincia fu affittato per gli uffici degli Ispettori Catastali. 
Nel 1939 l’edificio fu ceduto a privati come pagamento per la costruzione, per conto del Governatorato, di nuovi uffici sulla via del Mare.

Nel palazzo Poli vissero importanti personaggi fra cui G.G.Belli 
Le mura di questo palazzo ospitarono nel corso dell’800 diversi inquilini illustri, fra i quali si ricordano artisti e letterati: il pittore palermitano Francesco Manno, nonchè il pittore tedesco Peter Cornelius e l'inglese Joseph Severn, infine il poeta Gioacchino Belli. 
Anche la principessa russa Zenaide Wolkonski vi abitò dal 1834 e il suo esclusivo salotto era frequentato da Belli e Gogol. 
Palazzo della Calcografia
L’edificio fu sede di logge massoniche, del consolato inglese e, dal 1857 al 1885, del Collegio Poli, nota scuola francese (frequentata anche da Trilussa) che si trovava al primo piano dell’ala demolita e che dovette quindi trasferirsi nell’attuale sede fra via San Sebastianello e via Alibert, con la nuova denominazione di Istituto San Giuseppe.
Omaggio a Belli per il suo compleanno.
Esattamente da 20 anni, il Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli il 7 settembre organizza un "Omaggio a Belli", per ricordare la data di nascita del poeta (7 settembre 1791). Quest'anno l'evento si è svolto nella sala Dante di palazzo Poli (così chiamata perché appunto Liszt vi eseguì la prima mondiale della sua Sinfonia Dante).
In questo Palazzo, Belli abitò insieme alla moglie Mariuccia dal 1816 al 1837 e dove scrisse molti dei suoi 2.279 sonetti in romanesco (e dove molto probabilmente incontrò Gogol, che rimase folgorato dalla bellezza dei sonetti che Belli lesse in quella occasione).
L'incontro, coordinato da Maria Antonella Fusco, dirigente dell'Istituto
nazionale per la grafica, e da
Marcello Teodonio, presidente del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli, ha alternato momenti di lettura di alcuni bellissimi sonetti (interpretati dai lettori belliani, gli attori Stefano Messina e Annalisa Di Nola) dedicati al tema dell'amore (incontri, liti, sesso), con serenate, presentate da Luigi Stanziani, e cantate da Sara Modigliani, accompagnata alla chitarra da Franco Pietropaoli.

09/09/17

Belli e le liti fra le donne

Teta, Nina, Betta, Maria, Checca,
Ggiartruda, Agnesa, Lalla, Clementina, Antonia, Marta , Maddalena; Nunziata, Nannarella, 
Carlotta etc. sono alcuni nomi di donne romane che troviamo nei versi del poeta Belli, e che occupano quasi metà della sua vastissima produzione poetica. 

 Le Donne romane
Nei versi di Belli sono imperdibili i siparietti, in cui le donne si prendono la scena. Sono caratteri pieni di una vivacità e di una umanità straordinarie, che usano parole spesso crude, dirette da farle sembrare spesso villane, pettegole, alcune volte addirittura violente. E' il loro modo di reagire di fronte all'ingiustizia e alla debolezza della loro condizione. 
Le popolane di Belli non si identificano assolutamente nella casalinga, ma sono girandolone  che si incontrano spesso in strada, alla fonte, nei prati, all'osteria, in chiesa. 
E così il Poeta alcune volte descrive i dialoghi infuocati fra le comari, le donne plebee, famose per non aver peli sulla linguaQuesta tipologia di donna, in tempi più recenti, è stata rappresentata nel cinema dalla grandissima Anna Magnani. Tre sonetti sono intitolati proprio alle "Le donne litichíne" (=litigiose) e.. qui chi più ne ha più ne metta.

Elemosine per l'incoronazione del papa
L'elemosina che si faceva in occasione dell'incoronazione di un nuovo papa permette al Poeta di presentarci uno di questi vivaci siparietti.
Per l'occasione si usava distribuire un'elemosina a tutti quelli che si presentavano nel cortile del Belvedere in Vaticano.
Belli, contrarissimo a ogni tipo di umiliante elargizione, ci fa rivivere una scenetta ambientata tra le donne plebee, in fila con la prole, per accaparrarsi una moneta utile al bilancio familiare.  

Già in altro sonetto aveva denunziato gli imbrogli che connotavano tale operazione (Leggi qui >)

Lite tra le donne in fila per l'elemosina
Il dialogo tra le donne romane parte sui toni alti della lite. La prima donna che parla non capisce perchè solo all'altra è stato dato un paolo (moneta), l'altra risponde che è incinta. Ma la prima non ci crede, e così si passa alle ingiurie vorticose sotto forma di domande incalzanti nella seconda quartina. 
Poi però l'atteggiamento cambia, perchè la seconda donna confessa di avere ingannato le autorità, mettendosi un cuscino per fingere di avere la pancia; e allora la prima si rammarica che l'altra non le abbia suggerito la medesima idea. Il dialogo si presenta vivace e si passa, con pochi tratti, dalla rabbia all'insolenza alla complicità al rammarico.

Er grosso a Bbervedé 1
«Io un grosso, tu un grosso, quella un grosso,
e pperché sta vecchiaccia de San Zisto 2
ha da avé avuto un pavolo, pe ccristo?
Pe li bbell’occhi sui cor cerchio rosso?»
«Che! ssete sceca? 3 Nu l’avete visto
ch’ero gravida?» «Tu, rrospa de fosso?!
Co cqueli quattro carnovali addosso?
E cchi tte porti in corpo? L’anticristo?»
«Zzitta llí, bbrutta serva de Pasquino.
Ggià ho ttrentun’anno solo; eppoi, sorella,
oggni donna pò mméttese 4 un cusscino».
«Quann’è cquesto eri gravida sicuro.
Dímmelo a ttempo, ché, ssibbè 5 zzitella,
sta gravidanza la trovavo io puro». 6
30 marzo 1836

[Versione. IL GROSSO AL BELVEDERE. "Io un grosso, tu un grosso, quella un grosso, e perchè questa vecchiaccia del san Sisto deve avere un paolo, per Cristo? Per i suoi begli occhi suoi cerchiati di rosso?"
"Che siete ceca? Non avete visto che ero gravida?"  "Tu rospa di fosso? Con quei quattro stracci addosso? E chi porti in  corpo l'AntiCristo?" "Stai zitta, brutta serva di Pasquino. Già ho solo 31 anni; e poi, sorella, ogni donna si può mettere un cuscino" "Dovevi dirmelo per tempo, che, perchè, sebbene zitella, una gravidanza la trovavo pure io"]
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NOTE. 1 Nell’anniversario dell’incoronazione del Pontefice regnante, si dispensa un grosso di argento a tutti che vadano a prenderlo nella gran corte di Belvedere in Vaticano. Le donne incinte hanno doppia largizione. 2 Chiamasi di S. Sisto un ospizio pe’ vecchi. Quindi alle persone molto annose dicesi vecchio o vecchia da S. Sisto. 3 Siete cieca? 4 Può mettersi. 5 Sebbene. 6 Pure.


04/08/17

Belli e la metafora dei...supplì


Già nel 1846 abbiamo la testimonianza ufficiale che a Roma si preparavano i supplì, cibo appartenente alla tradizionale cucina romana (1).
Il letterato romano, poi cappellano del Papa,Tommaso Azzocchi (Roma, 1791 –Roma, 1863) inserisce il termine supplì, specificando che trattasi di «frittelle, frittelle di riso, riso fritto»,  all'interno di una sezione (Raccolta di voci e maniere false col loro equivalente) del suo Vocabolario domestico (2) Questo vuol dire che in quel periodo, sia il temine che l'oggetto supplì erano conosciuti a Roma.
Roma e i supplì.
La parola supplì deriva dal francese surprises, e la sorpresa è proprio quello che ci puoi trovare all'interno, oggi solo mozzarella, ma originariamente anche regaglie e fegatini di pollo o altro ancora. 
Il Papa con la Tiara
(che somigliava al supplì)

A Roma un tempo esisteva anche il venditore di supplì che girava la sera per i vicoli di Roma con uno scaldavivande appeso ad un braccio strillando "Calli bollenti! Supplì di riso!".

Poi fino agli anni cinquanta c'era in centro (zona Sant'Andrea delle Fratte) anche un "supplitaro", soprannominato Polifemo, che se ne stava nel suo antro con una enorme padella colma di olio bollente e che alla fine di ogni cottura tuffava una reticella nell'olio per pescare questi bocconi fritti.



Anche Belli conosceva i supplì....
Anche prima del 1846 troviamo tracce evidenti del romanissimo supplì, oggi entrato nella categoria dei cibi di strada, in due sonetti del poeta Giuseppe Gioachino Belli. Nel sonetto Il papa, scritto nel 1831, il Poeta, che ha eretto un monumento imperituro alla plebe romana e al suo dialetto, fa un paragone fantasioso tra il triregno (o tiara), cioè il solenne e bombato copricapo indossato dal papa, e il zuppriso; vale a dire, secondo la spiegazione data dallo stesso Belli, somigliava a una «pallottola ovale di riso fritto»:
Dal sonetto  Il papa
....Quer trerregno che ppoi pare un zuppriso
vò ddì cche llui commanna e sse ne frega,
ar monno, in purgatorio e in paradiso.

(Versione. 
Quel triregno che poi pare un supplì
vuol dire che Lui comanda e se ne frega
al mondo, al purgatorio e in paradiso)

E in effetti la forma ovoidale del supplì si presta a questo paragone!!!
Giuditta Grisi
In un altro sonetto La canterina de la Valle, scritto nel  1838, il supplì, o quel si intendeva allora, diventa femminile (supprisa). 

Questo vocabolo viene messo in bocca al popolano romano per indicare un termine di paragone, certamente derisorio, per definire il fisico di una celebre cantante d'opera, Giuditta Grisi, definita anche sfrizzoletto (e cioè “ciccioletto”, un pezzetto di grasso di maiale abbrustolito):

dal sonetto La canterina de la Valle
...Ma cche cce trovi in sta madama Grisa,

che ppe vvia che jj'amanca er culiseo
canta da omo e ffa cchiamasse Meo,
e ppare un sfrizzoletto o una supprisa?
[Versione
Ma che ci trovi in Madama Grisi
che poichè gli manca il sedere
canta come un uomo e si fa chiamare Meo
e sembra un piccolo cicciolo o un supplì.]
___________

1) Norma dei puristi e lingua d'uso nell'Ottocento nella testimonianza del lessicografo romano Tommaso Azzocchi / Luca Serianni. - Firenze : Presso l'Accademia della Crusca, 1981. - 281 p. ; 24 cm. - (Quaderni degli Studi di lessicografia italiana)
2) Il supplì pietanza rustica tipica della cucina romana, è una polpetta allungata fatta di riso bollito condito con sugo di carne e lasciato raffreddare, lavorato con uova crude, arrotolato con all'interno un dadino di mozzarella, passato nel pane grattugiato e fritto in olio bollente. È molto simile alla ricetta dell'arancino di riso siciliano, dal quale però differisce per il fatto che all'interno il supplì è completamente di riso rosso - quindi al sugo di ragù - ed è sempre in forma schiacciata e contiene uova, mentre l'arancino siciliano si prepara in forme sempre differenti tra loro e con le più svariate farciture, inoltre secondo la ricetta originale non contiene uova. Nella ricetta originaria del supplì si inseriscono le rigaglie di pollo e al giorno d'oggi, semplicemente per una pura questione di gradimento del gusto e del sapore da parte dei consumatori, le rigaglie del pollo vengono sostituite dalla più semplice e comune carne macinata usata per preparare il normale ragù; semplicemente una polpetta di riso condito con sugo rosso di pomodoro senza piselli. Nel mezzo si inserisce un pezzetto di mozzarella.

02/08/17

Belli e le scritte sui muri


Passeggiando per Roma saltano agli occhi le scritte che imbrattano i muri. 
Sono sia in centro che in periferia, e questi atti di puro vandalismo costano allo stato cifre importanti per rimuoverle.
Soldi che potrebbero essere usati diversamente e invece il Comune è costretto a spendere  per ripulire i danni dei vandali che non hanno di meglio da fare che sporcare la città, tra scritte sui muri e graffiti. 

Nel caso dei murales, dei graffiti la situazione è un pò diversa,  perché in alcuni casi si tratta di vere e proprie opere d'arte fatte dagli artisti di strada: la cosìdetta street art (vedi qui [...] ).

Comunque questa brutta abitudine, non solo romana, di imbrattare muri, con più gusto se puliti da poco, è riferita anche da Giuseppe Gioachino Belli.

In un sonetto dal titolo "Un ber gusto romano" il poeta  racconta proprio di questa abitudine con cui si divertivano i ragazzi romani della sua epoca. 

Infatti per questi ragazzi era una grande soddisfazione imbrattare i muri, soprattutto quelle delle case nuove e dei palazzi. 
Allora non c'erano le bombolette spray e si usava più semplicemente il carbone.
Belli si diverte ad elencare i vari disegni con cui  venivano sporcati i muri. 

segni che venivano fatti erano di vario tipo: cifre, pupazzi, numeri da giocare al lotto o il cosiddetto nodo di Gordiano
Ma non solo, i più impertinenti facevano disegni sconci, ovviamente di carattere sessuale. Ieri come oggi.....


murales con papa francesco -superman
Roma Vaticano (cancellato)
Alcune volte poi questi atti di vandalismo  non si limitavano solo alle scritte, ma andavano oltre provocando veri e propri danni sui muri insistendo con bastoni, chiodi o sassi. 

Quando scrive questo sonetto, Giuseppe Gioachino Belli ha 42 anni. Riveste anche un buon ruolo sociale in quanto impiegato dell'amministrazione pontificia, sposato con una ricca nobildonna e con un figlio, oltre che essere un personaggio di rilievo nella vita culturale di Roma. 

Ciononostante, le ultime righe contengono una confessione-schock. 

Belli dichiara che di  fronte a un bel muro bianco ritorna ragazzo e  ancora prova il gusto  di sporcarlo, ovviamente non visto.

Si tratta forse di nostalgia e rivivere un attimo di quell' adolescenza spensierata, che non aveva avuto mai, a causa delle tante disgrazie che lo avevavo segnato, fin dalla giovane età ? O piuttosto una metafora, un' allusione all'impeto di protestare, contro il mondo in cui viveva......

Un ber gusto romano 
La nostra gran zodisfazzione
de noantri 1 quann’èrimo 2 regazzi
era a le case nove e a li palazzi
de sporcajje 3 li muri cor carbone.
              
Cqua ddiseggnàmio 4 o zziffere 5 o ppupazzi,6
o er nodo de Cordiano 7 e Ssalamone:  8
llà nnummeri 9 e ggiucate d’astrazzione,10
o pparolacce, o ffiche uperte e ccazzi.
              
Oppuro 11 co un bastone, o un zasso, o un chiodo,
fàmio 12 a l’arricciatura quarche sseggno,
fonno in maggnèra 13 c’arrivassi ar zodo. 14
              
Quelle sò 15 bbell’età, pper dio de leggno!
Sibbè cc’adesso puro 16 me la godo,
e ssi 17 cc’è mmuro bbianco io je lo sfreggno.18

22 giugno 1834

Note
1.Noi altri; 2. Quando eravamo; 3. Sporcargli; 4.Disegnavamo 5.Cifre. 6.Fantocci. 7.Gordiano 8. .Salomone  9. Per solito vi scrivano i numeri del millesimo corrente; 10. Giuocate: de’ numeri per la estrazione del lotto. 11.Oppure; 12.Facevamo; 13.Profondo in maniera; 14.Che arrivasse al sodo; 15 Sono; 16.Benché, adesso,pure, ecc 17.Se;18. Glielo rovino.