04/12/15

Belli e il giubileo

Già ai suoi tempi, Giuseppe Giochino Belli aveva ben chiaro quali erano i rischi insiti nel giubileo...
Così l'occasione per esprimere apertamente la sua opinione gli viene offerta  nel 1832, quando papa Gregorio XVI, in ricordo del 18° centenario della Redenzione, indisse un Anno Santo straordinario, valido soltanto per i cittadini dello Stato Pontificio, anche se molte deroghe furono poi accordate, dato il gran numero di richieste, ai fedeli delle diocesi degli Stati italiani confinanti. 
E a questo Giubileo straordinario di Gregorio XVI vengono dedicati ben quattro sonetti dal Poeta Belli, composti fra il novembre e il dicembre 1832 e intitolati il primo L’anno-santo, il secondo Er zanatoto ossii er giubbileo e gli ultimi due Er giubbileo

Nei sonetti, per bocca dei popolani, Belli dà la sua visione del giubileo, esprimendo giudizi irriverenti e sdegnati su vari temi che ruotano intorno all'Anno santo.  

Il Giubileo invece di essere un periodo di penitenza e di pentimento, per il popolo diventa l’occasione buona per peccare in santa pace e «alegramente», sicuri di poter essere subito perdonati.
Così nei primi due sonetti è chiara l'insofferenza del Poeta verso la pratica di pregare per ottenere le indulgenze o i suffragi, nella quale a suo giudizio si manifestava una concezione utilitaristica della religione.

Negli altri due sonetti (Er giubbileo) si affrontano temi collegati agli aspetti economici che si accompagnano  l'Annosanto. Un popolano, pur riconoscendo i lati positivi del giubileo, infatti lamenta la mancanza di guadagno come conseguenza del mancato festeggiamento del carnevale.

Più incisivo è infine il quarto sonetto, laddove  Belli rivela lo scopo "vero" del giubileo indetto da papa Gregorio. Belli denuncia il pesante debito che lo Stato Pontificio, a causa delle disastrose condizioni in cui versava l’erario, aveva contratto l’anno precedente con la banca Rothschild per coprire le spese militari e di polizia. 
Faceva infatti scandalo che il papa si fosse rivolti a una banca ebrea anche per  gli altissimi interessi che questa aveva richiesto (più del 60%), pretendendo fra l’altro, clamorosamente, di trattenerli in anticipo (cosicché del prestito di tre milioni di scudi l’erario ne percepì in realtà meno di un milione e novecentomila).
In un verso finale è riassunto un pesante giudizio di Belli nei confronti dei suoi contemporanei: che un giubbileo pe ttanti ladri è ppoco.

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